Legge elettorale, Meloni non teme i franchi tiratori. Il piano per le urne in autunno (puntando sulle divisioni della sinistra)
SPALATO «Tranquilla? Lo sono sempre». Prima di lasciarsi alle spalle l'hotel Radisson di Spalato, prestato al vertice Med9, Giorgia Meloni risponde accennando un sorriso alla domanda sul voto di fiducia alla sua legge elettorale, oggi all'ultimo round in Aula alla Camera, pollice su o pollice verso sulla sopravvivenza del governo.
Del resto, i segnali degli ultimi giorni lasciano presagire che tutto a Montecitorio dovrebbe filare liscio, la mina dei franchi tiratori disinnescata con un febbrile lavoro sotto traccia. E con la minaccia, nemmeno troppo velata, di riportare tutti al voto se qualcuno... fosse intenzionato ad affossare lo Stabilicum, Melonellum per i detrattori.
Linea diretta con Roma
A vertice in corso è il capo ufficio stampa di Palazzo Chigi Fabrizio Alfano a informare la premier, via Whatsapp, dell'ultimo disco verde alla fiducia chiesta dal governo sull'articolo 3 della legge elettorale: 228 sì, 144 no e 3 astenuti. Lei si limita a rispondere con un emoticon che mima un ok, lo stesso che invia ai suoi due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, quando quasi all'unisono le assicurano che i loro partiti non faranno scherzi, nessun tiro mancino nonostante la riforma voluta da Meloni faccia storcere il naso ai più. «Parliamoci chiaro, ci hanno chiesto di votare il nostro suicidio, nemmeno assistito», si sfogano lontano dai taccuini i peones del centrodestra, meloniani compresi. Eppure alla vigilia del voto in pochi credono che alla Camera oggi ci saranno sorprese. La stessa Meloni ha messo in agenda una visita ad Ascoli Piceno, allo storico Palazzo Saladini Pilastri tirato a lucido, pronta a mettere il cappello sull'ennesima prova di coesione superata dalla sua maggioranza in un punto stampa già in agenda.
E se la nave invece dovesse affondare? "Dioclezano docet", ci scherzano su i suoi nell'incantevole cornice di Spalato, richiamando la storia del primo imperatore romano che proprio a Split decise di abdicare e qui restò fino all'ultimo dei suoi giorni, dedicandosi alla coltivazione di ortaggi. Ma Meloni è convinta di spuntarla e tira dritto, al Med9 gioca la sua partita della flessibilità, obiettivo allentare le maglie delle regole di spesa per fronteggiare la fiammata dell'inflazione. Perché sarà soprattutto il quadro economico a decidere le sorti del governo, vale a dire se arriverà a fine corsa - autunno 2027 - oppure opterà, Quirinale permettendo, sulla prossima primavera, giocandosela con l'election day degli oltre 1300 comuni al voto. Il dado non è tratto, il pendolo oscilla.
Il rischio contaminazione
Non è un mistero che Tajani e Salvini vogliano aspettare il 90esimo, senza sconti al timing della legislatura. E anche la premier accarezza l'idea di tirare fino alla fine, anche per evitare che il voto delle amministrative - 5 big match al voto in cui il centrodestra parte sfavoritissimo, città del calibro di Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna - finisca per affossare il bis a Palazzo Chigi, "contaminando" le scelte degli elettori. A ciò si aggiunge la convinzione che, con l'avvicinarsi delle urne, la maionese del fronte progressista impazzisca sempre più, servendo a Meloni l'assist che attende per incassare la riconferma. «Nulla è deciso, ma con gli altri che invece di menare noi si picchiano tra loro, forse è meglio guadagnare tempo, lasciare che siano loro a farci la campagna elettorale», ci scherzano su in via della Scrofa.
E poi c'è un'altra variabile che passa dal voto dei Paesi europei chiamati alle urne, con l'onda delle destre che sembra montare sempre più. Il voto della Spagna, voluto da Sanchez davanti alla protesta inarrestabile della "gente de los Cayos", sarà la prima cartina di tornasole, con Fdi che sembra quasi aspettare al varco la sconfitta di Pedro il guapo, il leader socialista a cui la sinistra nostrana si ispira. «Veder cadere lui, vuol dire veder tremare le certezze di chi ha fatto di Sanchez una bandiera», la riflessione che il centro studi di Fdi restituiva ai suoi parlamentari all'indomani dello scoppio della crisi di Ceuta. Ad aprile, poi, la sfida delle sfide: le presidenziali in Francia, con Marine Le Pen data per super favorita nella corsa all'Eliseo. Un motivo in più per guadagnare tempo, mostrando agli italiani che sul Vecchio Continente spira un vento di destra. Puntando dritto all'autunno 2027, economia permettendo. Perché la vera partita si gioca tutta lì.
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