Le pagelle di Venezia 83

VOTO 10
Liam e Noel, le vere divas della Mostra
In un anno molto poco ammerigano, in cui in tanti hanno passato tutto agosto a lamentare l’assenza di superstar sul red carpet, il colpaccio di Barbera arriva più o meno a metà: entering i fratelli Gallagher, le uniche vere divas della Mostra. In conferenza stampa non ci vanno (quella la lasciano a Steven Knight e ai registi Dylan Southern e Will Lovelace) men che meno concedono interviste, ma scorrazzano sulle lance veneziane e si concedono a sbarchi e photocall. Anziché percorrere tutto il red carpet, sbucano direttamente dal Palazzo del Cinema in total black, ma senza riununciare al Gallagher style (Liam con t-shirt solo alla giacca, Noel invece con giacchina sportiva) per firmare autografi separatamente e solo dopo mettersi in posa insieme. Oasis: Don’t Look Back in Anger si porta a casa otto minuti di standing ovation, durante i quali Noel si asciuga gli occhi e Liam, che con i protocolli festivalieri ha poca dimestichezza, guarda l’orologio e chiede a chi gli sta accanto: “Should we fuck off?”. Un numero imprecisato di fuck e un gran bel documentario che parla di fratellanza, riconciliazione e perdono molto più che di rock. Poi Liam prende la mano di Noel, la alza insieme alla sua, e giù nel pubblico a firmare, in una specie di piccolo mosh pit. La leggenda degli Oasis continua, e adesso ha conquistato anche il festival di cinema più antico del mondo.
VOTO 9
No George no party
È sempre Clooney show, quando George è al Lido. Arrivato quest’anno per il Leone d’oro alla carriera, fa il solito bagno di folla anche se i tempi del red carpet della serata d’apertura sono più stretti: ma non esiste che il divo di casa non conceda i sempre generosissimi autografi e selfie. Bello speech di ringraziamento («Quando mi danno questi premi penso sempre che chi ha pensato a me sappia qualcosa dai miei dottori che io non so»), preceduto dalla laudatio dell’amica Laura Dern. Standing ovation, Amal con gli occhi lucidi in platea, il non plus ultra del glamour veneziano: già visto, sì, ma avercene sempre.

VOTO 8
Back to Hogwarts (in Venice)
Appuntamento a Santa Maria Elisabetta. Dove andiamo? Nessuno lo sa. Si parte col sole che inizia a calare sull’acqua e dopo una decina di minuti la lancia imbocca un corridoio d’acqua attraversato dalle battute del primo film, su tutte: “Non devi fare altro che camminare dritto verso il muro, fra i binari 9 e 10. Meglio se vai di corsa se sei nervoso” (cit. mamma Weasley). Stiamo arrivando a Hogwarts, o meglio all’Isola delle Rose, trasformata per l’occasione nel distaccamento lagunare della scuola di magia più celebre del cinema e della letteratura. Photo opportunity per tutti i gusti, una spirale di lettere di ammissione sospese a ricordare la serie in arrivo a Natale su HBO e soprattutto loro, i prop, quelli veri (!), come giura ogni cartellino: il Cappello parlante, la bacchetta e gli occhiali di Harry, il boccino d’oro, la pietra filosofale. Poi l’angolo cocktail, vista Marriott, dei campi da gioco (“che si fa una partita a Quidditch?”, chiede qualcuno davanti al giardino di ulivi. Al di là di Hogwarts, insomma, c’è un paradiso. È già ora dell’aperitivo a tema e del quartetto dell’Orchestra del Cinema Italiano che, in una sala che ricorda la Sala Grande (quella di Harry Potter, non del Palazzo del Cinema, tocca specificare) ripercorre meravigliosamente i temi più celebri. Dieci minuti di backstage inedito dei primi due film, cadeaux per tutti (le cioccorane!) e poi il momento clou: La pietra filosofale proiettata en plein air, venticinque anni dopo, sotto il cielo. La magia, quando la sanno produrre, funziona ancora.
VOTO 7,5
La selezione
So far so (very) good. Wild Horse Nine di McDonagh, visto il secondo giorno, ha dato la fiammata che ha subito acceso la Mostra numero 83. Per molti (no: per tutti) è già il Leone d’oro, imbattibile da chiunque verrà (e di giorni ne mancano ancora la metà). Ma la selezione di quest’anno è generalmente di alto livello. Dall’apertura (in concorso) Ink di Danny Boyle all’extravaganza Bucking Fastard di Herzog, fino all’urgentissimo dramma teen-sociale (con uno dei finali più belli visti finora) 15/18 di Cédric Kahn. E poi il luminoso ritorno di Lee Chang-dong a otto anni da Burning con Possible Love, l’interessante riflessione etica ed estetica sui media di Lance Oppenheim (e Robert Pattinson) in Primetime, e il primo italiano in concorso: che è Nanni Moretti (Succederà questa notte), e Nanni che torna al Lido dopo 37 anni è da solo motivo di sommo giubilo. Non stiamo troppo alti con il voto solo perché, appunto, siamo solo a metà. Sicuri di stupirci (positivamente) ancora.
VOTO 5
Rimpiangere le code ai controlli
C’è meno gente? Sì, c’è meno gente. Le sale sono piene, sia quelle delle proiezioni stampa che quelle per il pubblico. Ma in giro per il Lido si vede meno ressa rispetto a quella che solitamente accoglie la Mostra. Meno curiosi, probabilmente anche meno accreditati (i costi di Venezia sono alti per gli Studios hollywoodiani, figurarsi per i cinefili wannabe creator). E dunque la domanda che serpeggia fra tutti è quella che ci siamo posti all’inizio. «È la seconda sera e sembra ci sia lo svuotamento tipico dell’ultimo giorno», diceva un ufficio stampa. In fondo con un po’ più di quiete si sta meglio, ma è anche più triste. Vien quasi da rimpiangere le code ai controlli della sicurezza alle otto di mattina…
VOTO 3
Freezing
«Antò, fa caldo», per dirla con una celeberrima pubblicità di Luisa Ranieri: stesso anno della Pietra filosofale, tanto per restare in tema. E al Lido c’è pure un’umidità che non si può spiegare, tocca viverla. Ma quando si entra in sala, sbam, ecco l’ormai tradizionale botta di aria condizionata. Poi il progressivo raffreddamento durante il film, fino a ridursi a un Polaretto vivente che alla fine dei titoli di coda cerca l’immancabile pashmina nella borsa. E se in Darsena e in Grande la temperatura polare si fa sentire, in Sala Giardino c’è addirittura un vento artico che muove le tende: siamo al chiuso, eppure soffia. Armatevi di parka.