Le due piazze italiane
No, l’Italia non è la Francia. Non potrà mai essere la Francia attuale. La riprova di questo assunto sta nella doppia immagine che arriva in queste ore. Parigi brucia sotto il fuoco della sollevazione di piazza e delle devastazioni. Roma vive una giornata di pacifica manifestazione sindacale e delle opposizioni. Due Capitali europee e una doppia immagine contrastante.
Ecco, Landini, pur con tutta la sua retorica parolaia da «rivolta sociale», non è Mélenchon, l’irresponsabile per eccellenza che vorrebbe creare per il XXI secolo una Francia rivoluzionaria a partire dalle seconde e terze generazioni di immigrati. Non per l’assimilazione al vecchio ordine ma per la sua distruzione. E tantomeno sono Mélenchon la Schlein e Conte, Bonelli e Fratoianni. Già questa - i pifferai rossi sono Oltralpe - è una differenza non da poco.
E se Roma ieri, con Piazza del Popolo strapiena e imbandierata, ha dato l’impressione di ospitare una politica anche combat dal punto di vista propagandistico ma non della conflittualità fisica, anzi il clima era rilassato assai da bel sabato del villaggio romano, Parigi ha dato sfogo alle pulsioni da pseudo rivoluzione francese, al tumulto irrefrenabile e a uno spettacolo di nichilismo e di odio.
Mai potevano risultare così distanti le due metropoli come in questa giornata e in questo frangente storico.
Ma si dirà: altre città italiane - vedi Milano che esplode a Piazza del Duomo e Torino e Bologna - appaiono in qualche misura, anche se minore, simili a Parigi o a Marsiglia. Gli incappucciati, le distruzioni, gli assalti alla polizia che in queste tre città italiane hanno sconvolto la vita delle persone e messo a rischio l’incolumità di tutti rientrano nell’intollerabile guerriglia urbana che si appropria degli spazi pubblici e li terrorizza. Un fenomeno che va stroncato sul nascere. E guai a sottovalutarlo.
Ma anche qui: l’Italia non è la Francia. Dove è in corso una crisi sistemica, il ribaltamento della società, e impazza un debito pubblico che potrebbe arrivare al 200 per cento entro il 2050 se non si taglia la spesa (come ha stimato di recente l’Ocse) e trattasi insomma di un Paese sull’orlo di una pericolosissima spirale finanziaria. E con in più la variabile, che potrebbe affossarla pesantemente, rappresentata dalle prossime elezioni presidenziali. Gli investitori temono che né Mélenchon né Le Pen stiano prendendo sul serio i problemi finanziari della Francia.
L’Italia tutto questo non ce l’ha assolutamente, e ogni paragone tra sistemi va evitato perché del tutto fuorviante. Ciò che però l’Italia - nella sua stabilità politica anche se siamo in campagna elettorale, nel suo rispetto dei conti pubblici, nella sua affidabilità agli occhi degli investitori e dei partner internazionali - può e deve temere è che le piazze modello Milano prendano il sopravvento sulla piazza modello Roma. Che le manifestazioni dell’inciviltà e del terrore rovinino e rubino lo spazio alle piazze della civiltà.
Le tensioni da noi si possono accendere in maniera incontrollata, ma più sul fronte del teppismo da antagonismo studentesco e centri sociali che sul fronte sociale. In cui è vero che i camionisti protestano per il caro-carburante e che i commercianti e i supermercati temono di avere gli scaffali vuoti perché non arrivano i rifornimenti ma è anche vero che per fortuna qui il mito della rivoluzione e della jacquerie contadina non esiste e neppure sono lontanamente pensabili le scariche d’odio derivanti dalle questioni multirazziali e dalla disperazione da banlieue.
Quindi, guardiamo anzitutto in casa nostra. Ben sapendo che di tutto abbiamo bisogno tranne che di farci trascinare, da minoranze violente e dalla nuova estetica del gesto incendiario (lanciamo il razzo, filmiamoci e così diventiamo virali, e che emozione aggredire i poliziotti) nel caos che potrebbe trasformare una campagna elettorale in una contesa giocata su temi archeologici, del tipo anni ‘70. Ossia su come fermare gli sfascisti, quando ci sarebbe tanto altro di cui parlare e su cui costruire il futuro italiano.
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