Laguna di Chioggia, strage di vongole veraci: «È morto tutto, così non possiamo più andare avanti»
CHIOGGIA (VENEZIA) - La laguna sud è un territorio fragile, dove basta poco per rompere l'equilibrio ambientale. A lanciare l'allarme sono ancora una volta gli allevatori, i primi ad accorgersi delle conseguenze che temperature, qualità e ricambio dell'acqua possono avere sull'ecosistema. E a Sacca Toro la natura continua a soffrire. Anche in questa coda d'estate le temperature rimangono elevate e le macroalghe continuano a proliferare, sottraendo ossigeno. A pagarne le conseguenze sono soprattutto le vongole veraci: buona parte del prodotto fatica a crescere e a raggiungere le dimensioni necessarie per essere venduto.
Le cause sarebbero diverse:
- acqua troppo calda
- scarso ricircolo
- mancanza di ossigeno
- macroalghe e granchio blu
Quando gli allevatori ripuliscono le concessioni dalle alghe trovano infatti numerosi gusci di molluschi ormai morti e molti granchi che si cibano delle veraci. «Aspettiamo il freddo, che l'acqua si raffreddi e che vengano completati gli scavi dei canali racconta un allevatore .
L'acqua deve tornare a scorrere». Poco più a sud, al confine con la laguna di Chioggia, la situazione non è migliore. All'altezza della Madonnina di Caroman a essere colpito è un allevamento di cozze gestito dalla famiglia Rosada, titolare di una concessione che risale ai primi anni Ottanta. I fratelli Gianni e Vittorio hanno iniziato ad aiutare il padre quando erano bambini e oggi con loro lavora anche il figlio di Vittorio.
«È MORTO TUTTO»
«Dall'8 agosto non prendiamo più la barca per controllare il vivaio. È morto tutto, sia il prodotto maturo sia la semina raccontano . Non abbiamo perso soltanto il raccolto di quest'anno, ma anche quello del prossimo». Per proteggere le cozze erano state installate reti più fitte contro le orate, ma questa volta il problema sarebbe stato un altro. «Temperature troppo alte e per troppo tempo spiega Gianni Rosada . Nel 2024 avevamo avuto lo stesso problema, insieme alla mucillagine. Nel 2025 non abbiamo investito per paura che si ripetesse. Quest'anno abbiamo comprato nuovi pali e nuove retine, ma è stato tutto inutile».
A Pellestrina la loro è ormai l'ultima azienda rimasta, mentre fino al 2024 erano tre. «Nel 2027 saranno cinque anni che non abbiamo reddito. Non vale più la pena investire: rischieremmo soltanto di indebitarci con le banche. Fino a qualche anno fa le barche turistiche si fermavano per mostrare il nostro allevamento, ora vedono solo miseria».
Ad aumentare lo sconforto è infine la sensazione, condivisa dagli allevatori interpellati, di non ricevere sufficiente attenzione dalla politica davanti a una crisi che rischia di cancellare attività portate avanti da generazioni.