La scommessa di Lucia Calamaro rappresenta e interroga la realtà di oggi - Notizie - Ansa.it
(di Paolo Petroni)
Bella scommessa quella di Lucia
Calamaro, supportata dalla sua almeno apparente facilità di
scrittura, che talvolta magari le prende un po' la mano, ma che
riesce così a costruire uno spaccato caleidoscopico di questi
nostri tempi difficili e ingannevoli attraverso il quotidiano di
una coppia, di personaggi di una generazione di mezzo, diciamo
di quarantenni la cui realtà è già nel titolo del lavoro, quasi
una didascalia: 'Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni',
che ha segnato la riapertura dopo anni del Piccolo Eliseo, dove
si replica da giorni con successo sino al 25 ottobre.
Scommessa perché il dialogo quotidiano è sempre infido in
scena, ma Calamaro ne è maestra, e per una costruzione a scene
dall'andamento non sempre consecutivo, momenti diversi e diverse
situazioni, riuscendo a passare da una all'altra con bravura. Si
gioca anche su un certo straniamento, grazie a colloqui con il
pubblico cui ci si rivolge e talvolta si coinvolge direttamente
scendendo in platea, cercando una partecipazione più razionale
che emotiva, e usando spesso una vena ironica per questa
messinscena, denuncia e spaccato di una realtà.
I protagonisti appartengono, come enunciato all'inizio, alla
media borghesia, primi laureati provenienti da famiglie
popolari, che si sono conquistati un valore culturale ma non
economico. Ecco allora disoccupazione o paghe misere del
presente, nuovi poveri che magari hanno anche un lavoro ma non
arrivano assolutamente a soddisfare i bisogni primari, il tutto
che si riverbera su problemi personali e di rapporti, una
burocrazia che propone problemi tra il ridicolo e l'assurdo a
chi chiede i previsti aiuti di Stato. Quelli esistenti per le
famiglie a un certo punto appaiono elencati su un grande
pannello, che aggancia tutto al reale in un contrasto tra ansia
personale e comicità delle situazioni.
Si susseguono una serie di situazioni, di momenti privati e
di rapporti con l'amministrazione pubblica, che, tra l'imbroglio
della burocrazia e il moloch del sistema finanziario, per cui
oggi i soldi si fanno speculando con i soldi, invita a
comportarsi come se le cose fossero diverse, fossero come erano
una volta. Ci si ritrova così nel finale a fare i conti con
tutto questo e alle spalle la foto metaforica di una via di
città sconvolta dai 'lavori in corso' come recita un grande
cartello, scusandosi per il disagio creato.
Ai dialoghi, ai momenti più teatrali, si succedono altri in
cui c'è l'esposizione di una situazione, di una teoria come
quella della Hauntology di Jacques Derrida, la disgiunzione
temporale che è stata letta per spiegare come, non avendo più
alcun futuro, la gente si rifugia nel passato, o meglio nella
nostalgia per un futuro perduto. Pare questo un po' lo sfondo e
probabilmente anche l'origine del lavoro di Calamaro di
costruzione intellettuale che si intreccia con i diversi momenti
di racconto teatrale, sfidando regole teatrali e fiducia nella
comprensione del pubblico, scegliendo di non arrivare mai a una
vera conclusione, a far quagliare tutto esplicitamente, in uno
spaccato senza inizio e senza fine, che come si è aperto, così
si chiude praticamente all'improvviso.
Segue un momento di silenzio e poi esplodono comunque
applausi lunghi e davvero calorosi, a premiare non solo
l'autrice e regista, ma davvero la prova eccezionale e non
facile per il continuo cambio di registri, di momenti, di verità
e finzione, dialogo e esposizione, dei tre interpreti, la coppia
composta da Gioia Salvatori e Daniele Parisi, così affiatati e
pronti anche a piccole improvvisazioni, e la burocrate e diremmo
alter ego dell'autrice Barbara Chichiarelli.
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