La scommessa del rugby italiano: «Vivere di sport si può, ma la strada è ancora lunga»
A 24 anni D’Incà gioca in Francia e con la Nazionale: la sua esperienza mostra quanto sia ancora difficile, per il nostro movimento, trasformare una passione in un mestiere stabile: «Spero che le nuove generazioni non debbano pensare a cosa fare dopo». Alla vigilia del nuovo torneo, il WXV Global Series, il neo ct Sciamanna guarda al futuro: «Vogliamo costruire un modello di gioco che esprima al meglio le nostre caratteristiche»
Alyssa D’Incà ha scelto il rugby quando non aveva ancora 5 anni. Non sapeva dove l’avrebbe portata, non poteva sapere che un giorno sarebbe diventata la sua vita, né che avrebbe giocato all’estero e indossato la maglia della Nazionale. Sapeva solo che voleva provarci. E quando, qualche anno dopo, dovette scegliere tra rugby e atletica, seguì il cuore. «In quel momento – racconta a Domani – mi hanno guidato la passione e l’amore per il rugby. L’ho scelto un po’ come una scommessa, perché non sapevo allora che mi avrebbe portata dove sono oggi. Ma lo rifarei mille volte».
Da allora la scommessa è diventata una parte sempre più grande della sua vita. Gli allenamenti, la palestra, le sessioni extra, i sacrifici, i chilometri in macchina per raggiungere il campo. Prima Villorba, poi la scelta di partire per la Francia, dove dalla scorsa stagione gioca a Blagnac. Non perché il rugby italiano non potesse più darle nulla, ma perché a 23 anni «sentivo il bisogno di migliorare ulteriormente il mio gioco. In Italia abbiamo dei numeri di tesseramenti molto inferiori e quindi il livello si abbassa».


Vivere di rugby
In Francia le squadre Élite hanno una seconda squadra, l’Espoir: nello stesso club ci sono circa 80 giocatrici. In Italia, invece, alcune squadre di Serie A faticano ad arrivare a 30. È uno dei motivi per cui, secondo D’Incà, la crescita del movimento non può prescindere dalla quantità: più ragazze iniziano a giocare, più aumenta la possibilità di alzare il livello. Qualcosa, però, si è già mosso. L’introduzione delle Nazionali Under 18 e Under 20 è per lei un passo importante, perché permette alle ragazze di arrivare alla Nazionale maggiore con una prima esperienza internazionale alle spalle. Il percorso, insomma, comincia a essere più lungo e strutturato.


Ma resta ancora molto da fare. D’Incà lo sa per esperienza personale. Il rugby, per lei, è diventato il piano A quando ha capito di poterlo trasformare in qualcosa di più di una passione. Oggi, grazie ai contratti federali, può vivere di rugby. Ma costruire un futuro che non finisca con la carriera sportiva rimane complicato: gli allenamenti e le trasferte possono durare settimane, rendendo difficile trovare un lavoro compatibile. Per questo ha interrotto gli studi universitari e sta cercando un’altra strada, legata all’addestramento cinofilo. «Se non avessimo il sostentamento da parte della Federazione sarebbe complicato. Per questo cerchiamo di far capire quanto sia fondamentale».
Il punto, però, non riguarda solo le singole giocatrici e il presente. Il rugby femminile italiano deve ancora costruire un sistema capace di sostenere pienamente tutte le proprie atlete, e per farlo ha bisogno di pubblico, attenzione e investimenti. D’Incà non nasconde la distanza da sport che hanno avuto decenni per costruire un sistema economico più grande, ma guarda soprattutto al futuro. «Spero un giorno di lasciare la mia maglia meglio di come l’ho trovata. Spero che chi verrà dopo di me abbia la possibilità di non dover pensare a cosa farà dopo. È una strada lunga, avremo altre difficoltà, ma non molliamo mai».


Il WXV Global Series
È lo stesso atteggiamento con cui D’Incà si prepara al nuovo capitolo della Nazionale. Dopo un Sei Nazioni 2026 che ha dato alla squadra diverse soddisfazioni, l’Italia affronta un nuovo ciclo con un nuovo ct, Plinio Sciamanna, già parte dello staff da anni. «I mesi post-Sei Nazioni sono stati come montagne russe, perché non stavamo capendo cosa stesse succedendo. Il nuovo ruolo di Plinio è stato accolto positivamente dalla squadra: è con noi da tanto tempo, sono cambiate le sue responsabilità ma il suo approccio è rimasto invariato».
Lo stesso Sciamanna racconta a Domani: «È un passaggio importante, ma lo sto vivendo in maniera tranquilla. Al momento siamo concentrati su quello che dobbiamo costruire». L’obiettivo è creare un’identità precisa senza perdere le caratteristiche del gruppo: «Mi aspetto di riuscire a creare un modello di gioco che esprima al massimo le caratteristiche del nostro gruppo e, insieme, costruire un ambiente di lavoro sereno e propositivo, che ci porti a performare al meglio».


Per l’Italrugby inizia anche un nuovo torneo, il WXV Global Series, con Giappone, Sudafrica e due sfide contro gli Stati Uniti. Cambiano il torneo, il contesto e le responsabilità. Non cambia invece l’idea con cui D’Incà affronta il rugby da quando era bambina: provare a spingersi un po’ più avanti, anche quando non è facile. Perché per lei il rugby non è solo ciò che fa. È ciò attraverso cui ha costruito gran parte della propria identità. «Ci sono dei giorni in cui provo a immaginarmi una vita senza rugby e mi perdo, non so più chi sono. Da quando ho memoria gioco a rugby. Non so cosa significhi non toccare una palla ovale, non fare la lavatrice con i vestiti pieni di fango, non comprare gli scarpini nuovi a inizio stagione. È l’aria che respiro tutti i giorni».


© Riproduzione riservata