La poesia del quotidiano

Cinema, musica e letteratura. Nella vita di Andrea Bruschi non possono proprio mancare. "Ma su un’isola porterei solo i dieci dischi per me più importanti". Lo dice dopo aver trascorso qualche settimana all’Elba, dove ha recitato sul set dell’ultima stagione, la 14esima, de I delitti del BarLume. Ma a prendersi una pausa non ci pensa nemmeno. "Come diceva Fellini, non capisco cosa significhi riposarsi", sottolinea. E poi tra il 2026 e il 2027 ci sono diversi film da portare a termine, tra i quali Melody in the Forest (regia di Roberto Lippolis), che segna anche il ritorno di Kevin Spacey. E poi c’è Marti, il suo progetto musicale, che è anche il nome del suo alter ego e gli ricorda la giovinezza spesa tra cinema e New Wave. Il suo presente è soprattutto 23.000 vite, da poco disponibile su Netflix. Il film è ispirato alla storia vera di Iuventa, la nave umanitaria della ONG tedesca Jugend Rettet, che tra luglio 2016 e agosto 2017 ha tratto in salvo 23.000 persone. Andrea vestirà i panni del Giudice Daniele Conti, che presiede il tribunale.

Che tipo di responsabilità sente nel portare sullo schermo una vicenda come questa? "Sento una responsabilità enorme. Anche perché vengo dal cinema impegnato e sono cresciuto con i film di Rosi, Pontecorvo e Petri, che questo genere lo hanno praticamente inventato. Mi sono documentato a fondo sulla vicenda, raccontata molto bene anche nel bel documentario di Michele Cinque (Iuventa, ndr) e che definirei quasi kafkiana".

Il cinema può aiutarci a capire un po’ meglio il mondo? "Credo che pur non potendo cambiare il mondo, il cinema possa offrire una prospettiva diversa e un’esperienza trasformativa, aiutando le persone ad approfondire tragedie umane che spesso restano superficiali a causa del bombardamento mediatico".

Nella sua vita è molto importante anche la musica. Cosa unisce queste forme d’arte così diverse? "Il racconto. Che è l’esigenza dell’essere umano sin dai tempi dei graffiti nelle grotte. Se dovessi finire su un’isola deserta, però, porterei con me solo la musica: è un’arte divinatoria, qualcosa di soprannaturale. E porterei sicuramente i dieci dischi che reputo più significativi".

In che modo le sue radici musicali hanno influenzato la sua carriera? "Sono figlio della New Wave e del post-punk degli anni ‘70 e ‘80. Artisti come David Bowie sono stati il mio “internet prima di internet”: attraverso la loro musica ho scoperto la pittura, il cinema e il teatro di Brecht. È stato l’ultimo vero movimento artistico totale e contaminato".

Nel suo curriculum si sono anche tante serie televisive. È un genere che le piace in modo particolare? "Mi affascina molto, la considero l’erede dei romanzi d’appendice dell’Ottocento. Ho partecipato a progetti importanti come Lidia Poët, Il nome della rosa e recentemente ai Delitti del BarLume, girato nella splendida Marciana Marina, all’Elba. Credo che in Italia ci sia ancora un potenziale enorme da esplorare, specialmente raccontando il nostro Novecento: la Grande Guerra, il colonialismo o la Resistenza offrirebbero storie straordinarie per una nuova serialità di qualità".

Sul set si ispira a qualcuno in particolare? "Amo i grandi maestri come Fellini e David Lynch, ma anche registi come Jean-Pierre Melville e John Cassavetes. Ma considero il cinema italiano il più bello del mondo".

Addirittura? "Sì. Lo è per la sua carica di umanità e fantasia. Ha saputo raccontare la verità delle persone quando il cinema popolare americano aveva smarrito la strada. È un patrimonio inesauribile a cui dovremmo sempre attingere".

Nel suo futuro cosa vede? "Mi piacerebbe dirigere un noir esistenziale ambientato nell’Italia degli anni ‘50 e ‘60".

Ogni tanto non ha voglia di riposarsi? "In realtà non distinguo tra lavoro e tempo libero, ciò che faccio è un interesse continuo, quasi una missione".

Cosa la spinge a fare ciò che fa? "La bellezza nelle opere d’arte, nella natura e nei viaggi attraverso l’Italia. Cerco sempre di trovare il miracolo nel modo di guardare le cose. E leggo molto. Classici soprattutto".