La maledizione di Bacco e il mondo rimasto senza vino - Luciano Pignataro Wine Blog

Nel romanzo d’esordio di José Méndez il mito romano incontra la contemporaneità e trasforma la scomparsa del vino in una domanda sulla memoria, sul lavoro e sulle relazioni umane

La maledizione di Bacco e il mondo rimasto senza vino

di Tonia Credendino
È venerdì pomeriggio a Needham Market, in Inghilterra. José Alí Méndez lavora davanti a una grande macchina, taglia tessuti e assembla i componenti di un ordine di tende. La settimana è stata dura, gli straordinari pesano, ma il pensiero è già alla serata organizzata dalla cognata: quattro bottiglie di vino, un tagliere di formaggi e salumi, il tiramisù portato da lui e da sua moglie, soprattutto il tempo finalmente restituito alla conversazione. È in quel passaggio ordinario tra fatica e attesa che nasce una domanda inquieta: che cosa accadrebbe se la prima bottiglia avesse un odore rancido e acetico? E se lo stesso difetto si ripetesse nella seconda, nella terza, in tutte le bottiglie del mondo? Da questa paura improvvisa prende forma La maledizione di Bacco, romanzo contemporaneo dalle radici storiche nel quale il vino smette di accompagnare la vicenda e ne diventa il vero protagonista.

L’ipotesi narrativa è radicale. Il vino perde la propria natura, ogni acino diventa amaro e l’intero sistema costruito nei millenni intorno alla vite entra in crisi. Méndez considera dapprima una contaminazione o un virus, ma nessuna spiegazione scientifica gli appare abbastanza potente da colpire contemporaneamente ogni vigneto, ogni grappolo e ogni bottiglia del pianeta. La risposta arriva dalla mitologia romana: soltanto Bacco, dio del vino, del raccolto, del teatro e delle passioni, può condannare ciò che egli stesso ha donato agli uomini. Nel libro la divinità non svolge quindi una funzione ornamentale: è l’origine del conflitto, la forza antica attraverso la quale una storia ambientata nel presente interroga il rapporto dell’umanità con ciò che considera eterno e disponibile per diritto.

Nato a Caracas nel 1972, docente di storia e geografia e uomo di radio per oltre venticinque anni, Méndez vive nel Regno Unito dal 2019. La sua formazione attraversa storia, arte, letteratura e comunicazione; nel romanzo questi territori convergono con la scienza, la gastronomia e il sentimento religioso. L’opera, pubblicata in forma indipendente e resa disponibile in spagnolo, inglese, portoghese e italiano, è stata pensata come una storia “senza passaporto”. La definizione non riguarda soltanto la sua circolazione internazionale, ma la materia che la sostiene: il vino attraversa lingue e frontiere, appartiene alle economie locali e nello stesso tempo a un immaginario condiviso. Un calice attraversato dalla luce, osserva l’autore, è un’immagine che quasi non richiede traduzione.

La scomparsa immaginata da Méndez permette di misurare il vino attraverso il vuoto che lascerebbe. Verrebbero meno posti di lavoro, vigneti, cantine e il sostentamento di migliaia di famiglie; si perderebbero paesaggi modellati dalla coltivazione, conoscenze agricole, gesti e tradizioni tramandati tra generazioni. Ma la perdita economica non esaurisce la portata della maledizione. Il vino accompagna la festa e il lutto, la tavola familiare, l’incontro tra amici, la seduzione, la liturgia e il raccoglimento individuale. «Se perdessimo il vino», afferma Méndez, «ci strapperebbero un piccolo pezzo dell’anima». La catastrofe descritta nel romanzo assume così la forma di un’eclissi culturale: il mondo continua a esistere, ma diventa più freddo perché uno dei suoi codici di relazione e memoria è stato cancellato.

Dentro questa idea universale entra con forza la biografia dell’autore. Il passaggio dal Venezuela all’Inghilterra riaffiora nei personaggi costretti ad abbandonare ciò che conoscono e a ricostruire altrove la propria identità. «Sono quell’uomo e quella donna che un giorno devono decidere quale parte di un’intera vita possa entrare in due valigie», racconta. Emigrare significa perdere il riconoscimento legato al lavoro svolto, imparare una lingua, assorbire codici diversi e persino ridefinire il rapporto con il clima. Méndez affida questo passaggio all’immagine di una pianta diventata troppo grande per il vaso nel quale si trovava: una volta trapiantata, può estendere nuovamente le radici e dare altri frutti. Il Venezuela e la città di San Cristóbal rimangono nella scrittura, mentre l’Inghilterra diventa il luogo concreto nel quale ricominciare e scoprire di poter scrivere un romanzo.
La maledizione narrata nel libro si muove dunque su due piani. Da una parte immagina la rovina materiale di una civiltà agricola e produttiva; dall’altra mette alla prova la capacità degli uomini di riconoscere il valore delle cose prima di perderle. La maledizione di Bacco non è un manuale sul vino e non richiede competenze tecniche: usa la vite e il calice come dispositivi narrativi per unire mito e modernità, conoscenza e immaginazione. La scrittura, influenzata dalla lunga esperienza radiofonica e dalla passione dell’autore per il cinema, cerca una dimensione visiva, invitando ogni lettore a costruire luci, volti, suoni e silenzi delle scene. Il vino diventa così una soglia attraverso la quale avvicinarsi alla storia, all’arte e ai modi in cui le comunità hanno dato forma al proprio stare insieme.

Alla fine della lettura, ciò che mi resta non è soltanto l’immagine inquietante di un mondo senza vino, ma una consapevolezza più nitida di tutto ciò che abita dentro un calice. José Méndez mi appare come un uomo colto, curioso e profondamente umano, capace di attraversare il cambiamento senza recidere le proprie radici e di trasformare lo spaesamento in una nuova possibilità espressiva. Nelle sue risposte ritrovo la stessa generosità che percorre il romanzo: il desiderio di raccontare e, prima ancora, di condividere. Non utilizza il vino per esibire conoscenza, ma per parlare dell’uomo, dei suoi legami e di ciò che spesso riconosce soltanto quando rischia di perderlo. Il nostro incontro è avvenuto attraverso un libro arrivato nelle mie mani ed è proseguito nelle sue parole. Mi ha ricordato che dietro ogni bottiglia vivono il lavoro, la terra, le generazioni e le persone riunite intorno a una tavola. E che vino e letteratura, quando riescono davvero a parlarci, compiono lo stesso piccolo miracolo: ci fanno rallentare, osservare ciò che abbiamo davanti e comprenderne finalmente il valore. Perché, come scrive Méndez, «l’ultima volta non avverte»: non sappiamo quale sarà l’ultima conversazione, l’ultimo abbraccio o l’ultimo bicchiere condiviso con qualcuno che amiamo.

La maledizione di Bacco – José Méndez