La lezione di Livio Berruti: "Meno calcoli e più disincanto"

Il velocista venne a Senigallia nel 2011 per il premio Triccoli. Il ricordo del Panathlon. E le sue parole.

Livio Berruti (a sinistra) insignito del premio Troccoli a Senigallia nel 2011

Livio Berruti (a sinistra) insignito del premio Troccoli a Senigallia nel 2011

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È il 3 settembre 1960. Da quel giorno lo sport italiano non sarà più lo stesso nell’immaginario collettivo, grazie anche alla televisione che per la prima volta lo porta nelle case. L’Italia del boom economico che comincia a vedere ormai lontani gli anni bui della seconda guerra mondiale diventa grande anche nello sport. Quel giorno, un ventunenne di Torino, Livio Berruti – diplomato al Liceo Classico e studente (poi laureatosi) in Chimica – vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma 1960 in una specialità regina, i 200 metri. E lo fa stabilendo il record del mondo, correndo su terra battuta, sconfiggendo, per la prima volta, gli atleti di colore e gli americani, oltre alle migliori scuole europee. Occhiali scuri, scarpe bianche, libri per l’esame universitario in pista tra una batteria e l’altra: immagini iconiche scolpite nella memoria. È un’impresa epocale, che travalica lo sport e rende Berruti una star, anche per quel suo (casto) flirt in quei giorni romani con la diva della velocità di allora, la ’Gazzella Nera’ Wilma Rudolph.

Con la scomparsa, domenica, del campione, si è davvero chiusa un’epoca e, oggi tutta l’Italia lo celebra, sebbene, dopo quei giorni, Livio abbia sempre preferito starsene piuttosto lontano dal riflettori, con un’eleganza e una sobrietà pari a quella che aveva in pista.

Accadde anche a Senigallia nel 2011, quando fu insignito dal Panathlon locale del premio intitolato alla memoria di Ezio Triccoli, il maestro della scherma jesina, un altro gigante. Giovani cronisti alle prime armi, ci trovammo di fronte una leggenda che nemmeno quella sera fece pesare la sua grandezza: "Rispetto ai tempi in cui gareggiavo son cambiate tante cose – ci disse – Noi atleti eravamo degli spiriti liberi. C’era meno calcolo e più disincanto, si programmava molto meno. Io stesso ho ottenuto risultati quasi senza rendermene conto, la mia carriera è stata pure frutto di combinazioni". "C’è un gran proliferare di notizie sportive oggi, ma anche tanto gossip – aggiunse – E questo non mi piace: parliamo di sport, degli atleti, anche di provincia, ma non dei loro flirt. Perché lo sport fa bene".

Parole coerenti con l’uomo che oggi il Panathlon senigalliese ricorda con commozione come "venuto dal disincanto e dalla pura gioia di correre, dimostrando che lo sport è prima di tutto cultura, passione e stile di vita. Berruti rimarrà per sempre nel cuore del Panathlon Senigallia". Corri leggero tra le stelle, Livio.

Andrea Pongetti

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