La «giungla» delle sigle: così i sindacati nazionali hanno isolato l’ala radicale
Paolo Uggé, storico leader dell’autotrasporto nazionale, presidente di Unatras, una delle sigle più rappresentative del settore, non aveva avuto peli sulla lingua a proposito del confronto organizzato a Milano dal ministro Salvini: «Il nostro impegno di rappresentanza è sempre improntato alla responsabilità e al realismo – aveva detto non appena ricevuta la convocazione -. Per questo riteniamo necessario che il confronto si svolga esclusivamente con le organizzazioni nazionali presenti nell’Albo degli autotrasportatori. Il coinvolgimento di realtà associative diverse non ci consentirebbe di gestire adeguatamente le esigenze dell'intero settore». In realtà, l’altro giorno il tavolo con i cosiddetti “piccoli” si è tenuto regolarmente (a sollecitarlo, a quanto pare, era stato in particolare il Governatore della Puglia, Decaro) ma quelle parole fotografano perfettamente il clima che vive la categoria al suo interno. E che la protesta di questi giorni finisce per rendere ancora più teso e probabilmente senza vie di uscita. Da una parte le associazioni più “forti” sul piano sindacale, diffuse in tutta Italia e con numeri significativi di fatturato tra gli iscritti: al primo tavolo di Milano con Salvini c’erano ad esempio tutte e undici le sigle maggiori presenti nell’Albo nazionale dell’Autotrasporto, e cioè Anita, Cna/Fita, Confartigianato Trasporti, Fai, Fedit, Fiap, Sna Casartigiani, Confcooperative Lavoro e Servizi, Legacoop Produzione e Servizi, Unatras e Assotir. Dall’altra parte le sigle, spesso in ordine sparso, delle imprese più piccole, i “padroncini” per esemplificare, indipendenti e autonomi per definizione, alle prese peraltro da una decina di anni con una crisi profonda. Difficile parlare di dialogo tra i due “poli”, emblematico quanto accaduto nelle ultime ore in Sicilia: la sigla più forte, CTS, ha revocato lo sciopero dopo l’incontro con il vicepremier, mentre una di quelle più piccole, l’Aias, lo ha invece confermato “ad oltranza”. È forse anche la conseguenza della crisi che da anni sta ridimensionando il numero delle microimprese e indirizzando il settore verso le aziende più solide, riducendo la frammentazione del settore e spingendo sempre più verso l’innovazione tecnologica.
LA GEOGRAFIA
Secondo i dati dell’Albo Nazionale dell’Autotrasporto, al 31 marzo 2025 risultano infatti attive 98.277 imprese di autotrasporto (in Campania se ne contano circa 9.500, terza regione dopo Lombardia ed Emilia- Romagna), in calo del 2,61% rispetto all’anno precedente, con segnali negativi in particolare per i “piccoli” trasportatori. Diminuiscono, non a caso, quelle con un solo veicolo e quelle comprese tra 2 e 5 che in Italia sono le più rappresentate, circa 30mila, poco meno di un terzo del totale. I motivi? Economici, soprattutto. I “padroncini” non reggono l’urto tra aumento del costo del lavoro, difficoltà nel reperire autisti, ritardi nei pagamenti da parte dei committenti, obblighi ambientali e digitali sempre più pesanti. L’escalation dell’aumento del costo del carburante ha finito per aggravare ulteriormente la situazione nonostante che le aziende committenti abbiano riconosciuto sin dall’inizio la differenza del costo energetico. Di qui il calo di aziende, comprese quelle che sono sul mercato pur senza possedere alcun autoveicolo, mentre all’esatto opposto crescono le grandi imprese. E, particolare non trascurabile, aumentano le società di capitale (+27% nel 2025).
I FATTURATI
Ma chi sono i “grandi” del settore? I numeri di «Uomini e trasporti», incrociati con quelli di Unioncamere-Infocamere, parlano di oltre 90 aziende che hanno superato la soglia dei 50 milioni di euro di fatturato (dato 2024). «Una galassia articolata, fatta di modelli industriali diversi ma accomunati da una stessa capacità: crescere, o almeno resistere, mentre il mercato cambiava», si sottolinea. Per la cronaca in cima alla classifica rimane BRT (Bartolini) con un fatturato di 1,9 miliardi di euro, «unica realtà del comparto capace di superare la soglia del miliardo». Seguono, a debita distanza, quasi appaiate, Arcese Trasporti (587 milioni), «attiva nella logistica integrata con forte vocazione internazionale», e Stef Italia (585 milioni), specializzata nella catena del freddo. Numeri ovviamente improponibili per i “piccoli” che non a caso lamentano una condizione economica sempre più insostenibile ora che il prezzo del gasolio è schizzatoi a quasi 2,4 euro al litro. Una via di uscita poteva essere (e forse lo è ancora) il ricorso ai contratti di rete tra imprese che nel recente passato sono cresciuti in modo non trascurabile. Ma il futuro sembra sempre più legato allo sviluppo della logistica, specie al Sud dove la possibilità di sfruttare la vocazione mediterranea della maggior parte del territorio può aprire prospettive ancora poco conosciute agli stessi addetti ai lavori.