La gatta zombie di Tom Cruise in Digger è ben più di una metafora

La gatta in pigiama di seta, e ingioiellata con una replica del “Cuore del mare” di Titanic, che condivide con Tom Cruise i primi 8-9 minuti di Digger, è la prima cosa che resta impressa del film. È Maggie, infatti, a sottolineare subito l'egoismo cieco del magnate del petrolio che ha caricato su di lei e lei solo tutto il suo affetto, trascurando persino i legami familiari, e ora non le vuole permettere di morire, un fatto che, a occhio, lo terrorizza, perché lo lascerebbe scoperto davanti al vuoto che si è creato attorno.

Digger

Digger

©Warner Bros/Courtesy Everett Collection

Maggie è protagonista di ritratti ad olio, è vestita e addobbata sontuosamente, viene nutrita solo con tartare di tonno rosso o salmone e intrattenuta con un sonaglio che sembra fatto d’oro e pietre preziose. Nella pratica, però, è oggetto di pietà da parte dei medici, della famiglia e della governante del protagonista perché è così anziana e ridotta male che sembra (e puzza come) uno zombie in decomposizione. Digger, infantile ed egoista, non la lascia andare esponendola a un accanimento terapeutico che le infligge ogni possibile dolore. Maggie non miagola, ma rantola dal male e dal fastidio che prova. Eppure, quando meno te lo aspetti, condanna il suo padrone, mordendolo e ferendolo in profondità proprio nel momento in cui lei sente di morire. Un gesto di ribellione che crea in Digger una profonda angoscia: allora, pure lei lo odiava! Una cicatrice che però non apre ulteriori quesiti interiori e non guarisce, perché il povero animale non si libera del padrone nemmeno con la morte: il petroliere continua a portare Maggie sempre con sé, chiusa in una microscopica urna con le ceneri.

Più in là, nella trama, scopriremo che, nella storia raccontata, è esistita, ma qui è un animatronic a uso scenico creato perché nell’essere stata un’ossessione per il suo padrone è un oggetto metaforico molto potente se usato all'interno di una pièce teatrale. Non a caso, mentre una delle piattaforme petrolifere del protagonista manda segnali di malfunzionamento col rischio di danni ingenti e un pericolo imminente per l’ambiente in cui è stata costruita (la Groenlandia), Digger concentra comunque tutti i suoi sforzi nella cura del suo animale da compagnia. Un gesto che sottolinea non solo un rapporto malato con la gatta, ma anche un totale scollamento con la realtà a favore di un punto di vista personale molto ristretto e concentrato solo sui suoi averi e affari.

Digger

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Maggie, nel nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, è il giusto contrasto alla grettezza e meschinità dell’uomo al centro del racconto, ma usciti dal cinema ci ricorda qualcosa di molto simile al suo caso, qualcosa che è realmente accaduto.
No, non si tratta di parlare di gatti quasi zombificati, ma di vip e/o miliardari che, legati da un attaccamento eccessivo al proprio pet del cuore, li fanno “rinascere”.

I tabloid, infatti, hanno parlato in più occasioni di animali clonati, un trend i cui costi si aggirerebbero sui 50.000-100.000 dollari e che apre importanti quesiti morali. I casi più famosi? Javier Milei, presidente dell’Argentina che ha ottenuto 5 cloni del suo cane in una sola clonazione, e prima ancora Barry Diller, imprenditore e produttore cinematografico sposato con Diane von Fürstenberg, che dieci anni fa ha rivelato di aver clonato 5 volte la sua jack russel Shannon. Ma non sarebbero i soli che alla morte del loro amato cane avrebbero optato per un suo “duplicato”. Ci sarebbero infatti anche Barbra Streisand, Paris Hilton e Tom Brady, apparentemente divenuto anche un finanziatore dell’azienda biotecnologica che lo ha aiutato.