La fuga di cervelli costa quasi 200 milioni all’anno - L'Unione Sarda.it
Quasi mille laureati all’anno. Giovani cresciuti nell’Isola, passati dalle scuole sarde e spesso anche dalle sue università, che proprio nel momento in cui potrebbero restituire al territorio competenze, lavoro e reddito prendono la strada della Penisola o dell’estero. Negli ultimi sette anni la Sardegna ne ha persi 6.900. Una fotografia che consente anche di provare a dare un prezzo alla fuga dei cervelli. Perché l’esodo inarrestabile di questo capitale umano rappresenta anche un danno economico.
Il conto è pesante. L’Ocse, nell’Education at a glance, stima in circa 180mila euro il costo complessivo per formare un laureato. Dentro questa cifra ci sono gli investimenti dello Stato e delle amministrazioni locali, quelli sostenuti dalle famiglie, le tasse universitarie e anche il reddito al quale rinuncia un ragazzo che, dopo il diploma, decide di continuare a studiare anziché entrare immediatamente nel mercato del lavoro. Applicando questo valore ai circa mille laureati persi mediamente ogni anno dalla Sardegna, si arriva a 180 milioni di euro.
Ma il capitale che parte non si misura soltanto in denaro. C’è anche una perdita di competenze di cui il sistema produttivo sardo avrebbe bisogno come il pane. Perché non tutti i laureati pesano allo stesso modo sul mercato del lavoro e il saldo migratorio non racconta da solo ciò che accade.
A lasciare la Sardegna sono infatti in misura importante giovani formati nelle discipline Stem, quelle scientifiche e tecnologiche. Profili sui quali la collettività ha investito molto e che le aziende faticano a trovare. Il problema, dunque, non è soltanto quanti partono, ma chi parte.
E chi arriva non necessariamente compensa quella perdita. Un laureato in ingegneria che trova lavoro a Milano, Bologna o all’estero non viene automaticamente sostituito, dal punto di vista del sistema produttivo, da un laureato con una specializzazione differente che sceglie di trasferirsi nell’Isola.
La Sardegna non è un caso isolato. La fuga del capitale umano è diventata un problema nazionale. Una ricerca Teha Group-Philip Morris Italia presentata a Cernobbio indica in 141mila gli italiani che nel 2024 hanno trasferito la residenza all’estero: il 45% aveva una laurea. Nell’ultimo decennio sarebbero stati oltre 300 mila i cittadini qualificati persi dal Paese, con 7,2 miliardi di investimento nella formazione dispersi ogni anno. Considerando anche il valore aggiunto che quei lavoratori avrebbero potuto produrre, il conto salirebbe a 10,7-11,4 miliardi.
Le ragioni indicate dalle imprese sono soprattutto economiche: l’82,1% cita retribuzioni troppo basse rispetto al costo della vita, il 46,4% la sfiducia nelle istituzioni e il 35,7% le scarse opportunità professionali. Il 93,9% delle aziende considera la fuga dei talenti un problema e una su due ne avverte già gli effetti sull’attività.
Dal Governo arriva però un primo segnale in controtendenza. La ministra del Lavoro Marina Calderone, citando gli ultimi dati Istat, sottolinea che nel 2025 il numero degli italiani trasferiti all’estero si è ridotto di oltre il 20%, mentre gli occupati hanno raggiunto quota 24,3 milioni. Sarà necessario capire se si tratta dell'inizio di un'inversione strutturale.
© Riproduzione riservata