L’uso politico dell’arte, dello sport e della scuola

Anni fa, andai a visitare il Monastero di Santa Caterina d’Alessandria sul Sinai. Nella stanza del monaco che faceva da guida, spiccava la fotografia di Sophia Loren. È la donna più bella del mondo, affermava in “estasi” quel Religioso! L’Italia era conosciuta perfino dentro le mura di un Eremo, grazie all’immagine di una grande attrice.

La Loren è stata una “vamp” dello spettacolo ma ha anche ricoperto ruoli “impegnati”: nel film “La Ciociara” ci aveva dato la rappresentazione delle violenze sulle donne degli eserciti alleati in Italia. Il messaggio era che ogni guerra, da qualunque parte stai, genera morte e distruzione e che l’idea di “guerra giusta” è un’invenzione della politica.

Il film più famoso degli anni Quaranta, “Casablanca”, interpretato da Ingrid Bergman, aveva chiare connotazioni politiche, era l’esaltazione di un eroe della Resistenza e la condanna morale di un americano senza ideali, che voleva restare “neutrale”.

L’uso politico della filmografia, che aveva toccato il suo apice con Hitler e Mussolini, sarebbe proseguito nel nostro dopoguerra ad opera dei partiti che si spartivano il potere. Negli Usa, gli attori si dividono tra Repubblicani e Democratici. La gente non capisce che l’attore presta il suo volto ma che è semmai il regista a svolgere un ruolo politico.

Mi viene in mente l’esecuzione di Osvaldo Valenti avvenuta nel 1945, che la Corte d’Appello di Milano aveva definito “omicidio”. L’attore era stato fucilato perché “impersonava” l’odiato Regime. Nessuno toccò Mario Camerini e Alessandro Blasetti che avevano diretto l’attore per molti anni: i due registi continuarono la loro carriera durante la Repubblica democratica e resero grande la nostra cinematografia nel mondo.

Distruggevano i diritti universali dell’Uomo i sovietici che imprigionavano gli scrittori Babel, Bulgakov, Pasternak e l’ayatollah Khomeini che decretò la condanna a morte in contumacia dello scrittore indiano Salman Rushdie autore dei “versi satanici”.

A questo punto dobbiamo chiarire cosa si intende per “Settima Arte”.  È di questi giorni la notizia che Netanyahu ha proibito la proiezione in Israele del documentario “The Bibi Files”, che ricostruisce il sistema di potere del premier. Netanyahu cerca di chiudere la bocca a un grande regista, oppure chiede solo di essere giudicato dopo l’eventuale condanna dei Tribunali? Si tratta del classico documentario d’inchiesta, che non c’entra nulla con l’Arte.

L’Arte non ha confini politici, è universale. La messa all’indice del corpo di ballo e dei musicisti del Bolshoi segna la fine della supremazia culturale delle “Democrazie” europee. Il popolo russo considera tuttora Celentano un grande attore e cantante; i Suoi film sono programmati tutti i giorni, le Sue canzoni sono ascoltate in ogni discoteca. Non possiamo bollare come “traditori” Pupo o Al Bano che si esibiscono nei teatri russi. Trovo odiosa anche la discriminazione verso la cantante israeliana Noa.

Gli eserciti possono distruggere ogni forma d’arte, ma il seme del genio si sviluppa anche durante la guerra. Il disordine sociale che regnava in Italia e la debole posizione delle città-stato, coincisero con il Rinascimento, un’epoca che diede la luce agli artisti più prolifici della storia. Grazie al turismo culturale, le opere immortali di Michelangelo e Leonardo tengono in piedi gli attuali bilanci del Comune di Firenze e della Leopolda.

Deve essere il mercato cioè la “legge della domanda” a selezionare gli artisti oppure deve intervenire lo Stato-mecenate? Alcune delle trasmissioni televisive più apprezzate sono importate dagli Usa, una “spazzatura” che non dovrebbe ammorbare gli italiani.  La speranza di affinare la “domanda artistica” deve basarsi sulla via indiretta dell’educazione, che tuttavia ha tempi lunghi.

In Italia e in Europa, i teatri lirici e di prosa sopravvivono grazie ai contributi pubblici. Il mercato della “musica” premia i rapper: senza lo Stato, in poche generazioni Mozart sarebbe dimenticato.

Il problema del mecenatismo pubblico è che gli artisti finiscono per essere guidati da una burocrazia e perdono la propria indipendenza. Ne costituisce un esempio Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale del Teatro La Fenice,, contestata dall’orchestra e dai lavoratori con lanci di volantini, esautorata dall’incarico per “valutazioni” politiche, nonostante ampie prove di professionalità risultanti dai “curricula”. L’arte e la cultura non possono finire nelle mani di gruppi sindacalizzati.

Uno dei fattori aggreganti più importanti delle società moderne è lo sport. Durante i campionati mondiali di calcio, dalle finestre delle case sventolano bandiere tricolori come mai avviene in relazione ad eventi di carattere sociale o politico. Napoli è conosciuta nel mondo per lo stadio Maradona, forse più che per il Castel dell’Ovo.

Il crimine più odioso contro gli sportivi è stato quello dei giochi olimpici di Monaco. I servizi segreti israeliani avevano risposto eliminando uno per uno i terroristi, dando vita ad una faida senza fine. All’eccidio del Sette ottobre avrebbe fatto seguito lo sterminio dei palestinesi.

Anche lo sport può essere manipolato dalla politica. Nel dopoguerra, la sinistra stava dalla parte di Fausto Coppi: si è poi scoperto che Gino Bartali aiutava i partigiani e che la Sua vittoria al tour de France aveva impedito i disordini sociali che potevano verificarsi dopo l’attentato a Togliatti.

Lo sport aveva trionfato sul razzismo tedesco alle Olimpiadi di Berlino, grazie a Jessy Owens. Anche oggi gli uomini di colore dimostrano la loro superiorità atletica, al punto che le “Nazionali” vincono i trofei grazie a “mitici personaggi” come Kylian Mbappé.

La scuola è stata occupata per anni dalla politica: non ho mai conosciuto un insegnante di storia o di filosofia che non trasmettesse agli alunni la propria “ideologia”. Si è trattato di una mistificazione collettiva ai danni di menti in via di formazione.

La normativa ministeriale che introduce il tetto del 30 per cento degli stranieri nelle classi, divieto e multe per chi indossa burqa e “niqab”, avrà solo effetti elettorali.

Il fatto oggettivo è che la nostra scuola è da tempo “classista”: i figli degli “agiati” studiano nel “privato” o vanno all’estero. È il ragazzo delle “periferie” che proviene da famiglie distrutte, il cui genitore lo picchia, si ubriaca e assume droghe, ad avere bisogno di insegnanti altamente “specializzati”. Gli insegnanti non siedono nella cattedra, stanno in mezzo agli studenti e valutano le esigenze educative caso per caso. Queste classi ospitano il maggior numero di alunni stranieri che hanno un handicap linguistico d’origine. Tuttavia, è anche possibile che un ragazzo italiano compagno di banco di un coetaneo di origini indiane, impari meglio l’inglese. È più facile che spunti un genio tra questi ragazzi che nelle scuole private: è la fame che muove il mondo.

La scuola è multietnica perché la nostra società è composta da molti stranieri che occupano le posizioni lavorative abbandonate dagli italiani.

Il problema non si risolve predicando che il corpo insegnante deve essere retribuito di più, dal momento che le disponibilità erariali non lo consentono. Sarebbe invece possibile, doveroso e democratico pagare il doppio gli “Angeli della scuola” che hanno in mano il destino dei giovani senza avvenire.