L’Italia delle serrande spente: 460mila locali sfitti, nei borghi si perdono i servizi
Roma, 23 ottobre 2026 – Sono 460.466 i locali commerciali e di servizio stimati sfitti in Italia nel 2025: il 16,9% di un universo di 2,72 milioni di indirizzi, quasi uno su sei. Ma dietro il numero c’è molto più di una serranda abbassata. Quando spariscono un negozio di alimentari, un’edicola o un bar, un quartiere perde un punto di riferimento e un piccolo centro può perdere un servizio indispensabile. È il volto della desertificazione commerciale fotografata da Confcommercio con il Centro studi Tagliacarne.
Il presidente Carlo Sangalli denuncia "quasi mezzo milione di locali sfitti” e l’impoverimento delle comunità: “Chiediamo al Governo di destinare adeguate risorse ai Comuni”, per rilanciare le economie di prossimità e riaprire gli spazi vuoti.
Metodologia e geografia del vuoto
La fotografia merita una precisazione. Non si tratta di un censimento porta a porta delle vetrine effettivamente vuote: i ricercatori sono partiti dagli indirizzi delle unità locali attive almeno una volta tra il 2011 e il 2023, ricavando quelle non più attive nel 2023 e proiettando il dato sul 2025. E il perimetro comprende non solo negozi in senso stretto, ma anche bar, ristoranti, servizi e studi professionali. Il totale stimato è lievemente inferiore alle 467.103 unità del 2023: non documenta quindi un’accelerazione nell’ultimo biennio. Misura, piuttosto, la persistenza di un vuoto enorme nel tessuto economico.
A fare la differenza è la geografia. I dati territoriali disponibili, riferiti al 2023, indicano un’incidenza del 12,4% nelle città, che sale al 19,5% nelle piccole città e nei sobborghi e tocca il 24,3% nelle zone rurali: quasi un indirizzo su quattro. Nel Mezzogiorno gli sfitti sono 179.781, il 38,5% del totale nazionale e il 20,8% degli indirizzi considerati nell’area, contro il 13,6% del Nord-ovest. Dove si diradano popolazione, servizi e passaggio, riaprire diventa più difficile; e quando chiude l’ultimo presidio commerciale cresce il costo quotidiano della distanza, soprattutto per anziani e famiglie senza auto.

Un negozio chiuso per cessata attività (Foto archivio Ansa)
I settori colpiti e il costo economico
Il dettaglio delle attività racconta quali insegne mancano. Nel 2025 risultano stimati sfitti 47.389 indirizzi del piccolo commercio alimentare, il 26,7% del relativo insieme; per quello non alimentare sono 114.182, il 26,1%. I bar sfitti sono quasi 29.600, il 22,8%, e la ristorazione sfiora 39.500, il 18,6%. La difficoltà investe dunque la spesa sotto casa come le occasioni di socialità. Nel quadro settoriale del 2023 spiccano anche i vuoti nei comparti del pane (31,1%), delle calzature (30,4%), di frutta e verdura e delle edicole (29,5% entrambi); più contenuta l’incidenza delle farmacie (12%). Non sono percentuali di chiusure nell'ultimo anno, ma quote di indirizzi stimati inattivi nel perimetro analizzato.
La ferita non si rimargina in pochi mesi. L’indagine stima in 7,2 anni la durata media dello sfitto nel periodo 2012-2023. Assumendo un canone medio teorico di circa 16mila euro annui per locale, tratto dai valori immobiliari, Confcommercio valuta in circa 53 miliardi i canoni potenziali non realizzati lungo il periodo: 4,4 miliardi l’anno, equivalenti allo 0,2% del Pil. È una misura indicativa dell’immobilizzo degli spazi, non una perdita di Pil direttamente accertata né la somma dei fatturati dei negozi scomparsi. Ma rende visibile il patrimonio economico che non torna in circolazione.
La fragilità degli affitti e le proposte
Al problema dei locali inutilizzati si affianca quello degli affitti per chi continua a lavorare. Una seconda analisi, dedicata ai 606mila esercizi del solo commercio al dettaglio nel 2026, rileva che appena il 36,6% opera in immobili di proprietà: il 63,4% paga un canone. Nelle otto maggiori città considerate la quota in locazione raggiunge il 69,8%. Nel Lazio è il 68,5%, in Campania il 66,8%. Sono dati riferiti a un universo più ristretto e non si sommano ai 460mila sfitti, ma illuminano una fragilità: i costi fissi gravano sulla sopravvivenza delle attività, mentre i proprietari dei locali inutilizzati non trovano nuovi conduttori a condizioni sostenibili.
Tra le possibili cause figurano e-commerce, cambiamenti dei consumi, spostamento dei residenti e perdita di potere d’acquisto. Lo studio non quantifica il peso di ciascun fattore. Proprio per questo il rimedio non può essere un incentivo indistinto a riaprire qualsiasi vetrina. Sangalli chiede risorse statali ai Comuni per progetti mirati: agevolazioni per nuove attività, recupero degli spazi, accordi sugli affitti, servizi che rispondano davvero ai bisogni dei residenti. In un borgo può contare una bottega multiservizio; in un quartiere urbano la possibilità di rilanciare mercati e vie commerciali. La misura del successo sarà quanti servizi torneranno, non quanti bonus verranno erogati. Il commercio di prossimità non è solo distribuzione: tiene insieme relazioni, accesso ai beni essenziali e vitalità delle città. Lasciare vuoti quei locali significa accettare che intere strade perdano, oltre alle luci, una parte della propria funzione sociale.