L'Iran si prepara alle sanzioni: 'Non finiremo come il Venezuela - Notizie - Ansa.it

Nella "guerra economica" con gli Stati Uniti, l'Iran non ha alcuna intenzione di cedere e promette battaglia: "Il nemico aveva valutato che se l'Iran fosse caduto, sarebbe diventato come il Venezuela. Non solo non è successo, ma è diventata una potenza che ha stupito il mondo per la sua resistenza", ha rivendicato Masoud Pezeshkian. Ma se da una parte il moderato presidente ha assicurato che Teheran "non si arrenderà mai" al 'D-Day economico' - le nuove sanzioni promesse da Donald Trump - atteso per lunedì, dall'altra non ha potuto negare il fatto che "ci sono molti problemi nella società in questo momento", sottolineando la necessità di superare quella che ha definito una situazione di "né guerra, né pace".

Con gli Stati Uniti "siamo in una guerra economica, militare e di sicurezza su vasta scala", ha evidenziato Pezeshkian in un discorso televisivo. "Il nemico afferma di imporre con facilità le sanzioni più schiaccianti o terrificanti all'Iran, ma noi ci opponiamo a questa guerra impari" e alle sue conseguenze sull'economia iraniana: l'inflazione, il calo del potere d'acquisto, l'aumento dei costi della vita. Difficoltà che negli ultimi anni hanno spinto la popolazione a scendere in piazza, per ultime le manifestazioni di dicembre represse nel sangue con migliaia di morti. Secondo il presidente, gli Stati Uniti vogliono "creare divisione e spaccature nella società attraverso i problemi. Ma noi faremo tutto il possibile per evitare divisioni, spaccature, conflitti".

Da qui, la necessità di trovare una mediazione che ponga fine alla guerra che, ha riconosciuto Pezeshkian, non offre alcuna soluzione mentre la prolungata incertezza sulla possibilità di una ripresa dei combattimenti sta avendo un impatto negativo sull'economia del Paese che faticherà ad attrarre investimenti finché persisterà la minaccia di un nuovo conflitto. Le argomentazioni del presidente iraniano abbandonano il linguaggio radicale in favore di un pragmatismo che resta merce rara, nel conflitto tra Iran e Stati Uniti. Dal lato americano, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha promesso misure per "far collassare" il regime degli ayatollah, mentre esperti e analisti si interrogano su quali potranno essere gli obiettivi delle nuove sanzioni, dalle raffinerie cinesi a un possibile blocco terrestre, dopo quello dei porti iraniani.

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Dall'altra parte del fronte, non è meno duro il linguaggio dei vertici della Repubblica islamica: "La guerra economica è uno scenario ricorrente e la solita vecchia tattica di bullismo nella politica americana", ha attaccato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, secondo cui le minacce Usa dimostrano la loro "disperazione di fronte alla nazione iraniana" e la mancanza di "nuove soluzioni". Per il capo della diplomazia iraniana, si tratta di "un film che abbiamo già visto molte volte. Sappiamo come affrontarlo", ha assicurato il ministro, mentre il portavoce dei pasdaran ha riferito che il regime "ha un piano per respingere gli effetti negativi di questa guerra e stabilire facilmente relazioni economiche con i Paesi". Nel frattempo, lo stretto di Hormuz "è chiuso e non riaprirà fino a quando gli Usa non cambieranno atteggiamento e rispetteranno i loro impegni", ha messo in chiaro Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano. I manichini di Trump e Netanyahu impiccati in piazza a Teheran tra la folla festante sono l'immagine plastica delle tensioni che non accennano a diminuire.

Lunedì, ci proverà il feldmaresciallo Asim Munir, capo dell'esercito del Pakistan mediatore, a riprendere il filo della diplomazia visitando Teheran. Nel frattempo, i media denunciano che la mano degli hacker di Teheran si è allungata fino alla rete energetica del Regno Unito, dove un cyberattacco descritto come senza precedenti è riuscito a spegnere per quattro giorni un generatore in una centrale elettrica.

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