L’intervista Antonio Patuelli: «Credito per lo sviluppo, banche vicine alle aziende»

Presidente Patuelli, che credito fa al Sud? È vero che, in particolare per le microimprese, le banche sono poco disponibili ad accompagnarle?

«Il Mezzogiorno è in una fase di ripresa e non di recessione, come avevamo anticipato già da qualche tempo – risponde Antonio Patuelli, appena confermato per la settima volta di fila alla presidenza dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana –. E non siamo in una fase nella quale i prestiti delle banche a imprese e famiglie del Sud sono in calo. Siamo, al contrario, in una fase storica abbastanza inedita nella quale l’incremento dei prestiti in quest’area del Paese è superiore a quelli del Nord e del Centro Italia e fa da battistrada agli impieghi bancari. Un contesto completamente nuovo, dunque, indotto soprattutto dal Pnrr che ha avuto una maggioranza relativa di investimenti nel Mezzogiorno e che ha assicurato una spinta importante sul piano delle infrastrutture stradali, ferroviarie e portuali».

C’è chi però parla di un rischio crescente di insolvenza per le imprese di cui il sistema bancario sarebbe responsabile, come sostiene l’avvocato Massimo Di Lauro in un contributo pubblicato sul «Mattino». Che ne pensa?

«Il rischio c’è sempre ma non è questa la responsabilità del mondo delle banche che ne subisce invece le conseguenze. In questa fase c’è un incremento dei prestiti in Italia da molti mesi, 12 per le imprese e 18 per le famiglie, e per tutti i segmenti. Lo ha sottolineato anche Banca d’Italia documentando che anche per le imprese più piccole i prestiti sono in crescita. Il contesto reale è questo».

Si torna all’antica questione se le banche possono concedere o meno credito agevolato?

«Proviamo a mettere ordine sul tema. La finalità delle banche non è tenere i soldi da parte e non prestarli tanto è vero, come dicevo, che i prestiti sono in crescita. Ma sul concetto di credito agevolato bisogna essere chiari e ricordare che non siamo più nel contesto di molti decenni fa quando c’erano leggi che ne prevedevano e regolamentavano l’esistenza. Ora siamo in un mercato unico, con l’Unione bancaria europea nella quale esistono organismi nazionali ed europei di tutela della concorrenza. Ci sono gli Antitrust nazionali ed europei e la vigilanza unica di Bce e Banca d’Italia. Dunque, c’è un alto livello di concorrenza tra le banche che non è solo di sportelli ma anche internettiana, tanto che la competizione tra le banche non è mai stata così aperta. E inoltre non è più solo un mercato di banche nazionali: l’Italia è lo Stato dell’UE in cui c’è la maggiore presenza di banche estere su un territorio nazionale».

C’è allora forse un problema di garanzie da parte delle banche nel rapporto con le imprese più piccole?

«Il dibattito su questo aspetto è sicuramente ampio. Io stesso vi ho fatto riferimento nella mia relazione all’assemblea dell’Abi, citando anche il pensiero del Governatore di Banca d’Italia sull’argomento. In sintesi: le garanzie sono una forma di sostegno al credito, e questo è un punto di fondamentale importanza nel rapporto tra banche e imprese. Peraltro, le regole sulle garanzie non sono proprio strettamente di diritto bancario».

In che senso, presidente?

«Ci sono anche regole diverse come i vincoli di legge introdotti in particolari circostanze. Lei pensi, ad esempio, alla pandemia: il Dl 8 aprile 2020 ampliò le garanzie per le imprese e parliamo, quindi, di una legge dello Stato. Successivamente, provvedimenti pubblici hanno ristretto quel perimetro normativo dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Oggi si discute su quali garanzie si può intervenire e la decisione spetta alle istituzioni».

Dunque, le garanzie tutelano le imprese a prescindere persino, se così si può dire, dal sistema bancario, è così?

«Assolutamente sì. Le norme in Italia per agevolare le imprese non mancano. Le garanzie, certo, ma anche la legge Sabatini, non dimentichiamolo, è sempre stata per così dire al fianco delle imprese. E poi c’è la Zes, oggi particolarmente ambita da tutto il sistema produttivo nazionale. Io ne ho studiato la normativa e capisco bene perché in un intero Mezzogiorno più nelle Marche e in Umbria ha prodotto e continua a produrre risultati di forte impatto, inaspettati e in gran parte inediti. Il fatto stesso che sia diventato un argomento di confronto così vivace è una testimonianza del suo indiscutibile successo. La Zes rimane perché non ha bisogno di essere rifinanziata come accadeva per la vecchia Cassa per il Mezzogiorno. Da assiduo lettore dei classici dell’economia, anche di autori meridionalisti, mi sovviene in proposito «Nord Sud» di Francesco Saverio Nitti: se ci fosse stata la Zes nei primi tempi dell’Italia unita, Nitti non avrebbe avuto la necessità di scrivere quel libro».