L’inquietante storia di Bucking Fastard, in concorso a Venezia
Due sorelle si vestono in modo perfettamente identico, parlano all’unisono e, ogni notte, fanno addirittura lo stesso sogno. L’ultimo riguarda uno stormo di uccelli in volo, anche se resta solo un dettaglio da verificare: è sicuro che entrambe abbiano visto proprio la medesima specie? Per accertarsene, non possono che passare in rassegna tutti i volatili di una grande serra, alla disperata ricerca di una corrispondenza definitiva. Si apre così Bucking Fastard, l’ultima fatica di Werner Herzog in concorso a Venezia 83, con un’insanabile dipendenza speculare che conduce subito lo spettatore nel labirinto claustrofobico di Jean e Joan Holbrooke, in cui qualsiasi manifestazione di individualità sembra essere loro a tal punto proibita da farle innamorare entrambe del medesimo uomo, nel medesimo istante. Un’ossessione romantica capace di trascinarle però in tribunale dove ottengono, in una sorta di reiterazione infinita della simbiosi perfetta, di essere interrogate congiuntamente. Due corpi distinti, dunque, ma percepiti sia dalle protagoniste sia da chi le circonda come la dimostrazione inseparabile e continua di un’unica identità.
A rendere ancora più vertiginoso questo gioco di interferenze ci pensa la scelta di affidare i due ruoli a Kate e Rooney Mara, sorelle anche nella vita reale e qui per la prima volta insieme sullo schermo. Ma non solo, perché il cortocircuito tra copia e originale si prolunga in un’ulteriore corrispondenza metatestuale: per quanto possa sembrare concepita dall’immaginazione più eccentrica del regista tedesco, la vicenda affonda le proprie radici nel vero caso delle gemelle Freda e Greta Chaplin. Anzi, è proprio durante il processo del 1981 che, rivolgendosi all’uomo che le aveva denunciate per molestie, le due esclamarono contemporaneamente «bucking fastard», involontaria inversione consonantica dell’insulto «fucking bastard». L’assurdità di una simbiosi estesa fino ai lapsus linguistici è diventata ben presto il simbolo dell’intera vicenda e, molti anni più tardi, anche il titolo del dramma di Herzog. Per comprendere però quanto il film conservi della realtà e dove inizi invece la sua reinvenzione, occorre tornare proprio lì, dentro uno dei casi più celebri e bizzarri della cronaca britannica.
L’anatomia di una simbiosi assoluta: chi erano Freda e Greta Chaplin
Tutto ha inizio a York, nell’aprile del 1943, con la nascita di Freda e Greta Chaplin, ancora inconsapevoli di non essere soltanto gemelle ma anche figlie dello stesso destino. Crescono nel quartiere di Tang Hall e, almeno fino agli undici anni, nulla lascia presagire ciò che accadrà in seguito. Tuttavia, è attorno a quell’età che il loro legame comincia ad assumere una forma sempre più totalizzante. Se a scuola, ad esempio, urlano quando gli insegnanti cercano di farle sedere separatamente, nella vita di tutti i giorni cominciano a opporre una resistenza sempre più ostinata a qualsiasi tentativo di distinguerle, al punto che ogni sollecitazione sembra produrre l’effetto contrario: anziché separarle, le sospinge ancora di più l’una verso l’altra. Ed è così che a quindici anni le due sorelle abbandonano gli studi, sottraendosi inavvertitamente ma progressivamente al mondo esterno, in una dipendenza reciproca che diventa così un sistema governato da una liturgia di gesti speculari, dal mangiare allo stesso ritmo al camminare al medesimo passo fino a impugnare insieme il manico di un solo aspirapolvere.
Proprio perché è sufficiente che un solo movimento non possa essere eseguito a quattro mani affinché l’intero meccanismo si inceppi, anche gli equilibri familiari finiscono per cedere. I genitori non riescono più a occuparsi di Freda e Greta, che vengono così affidate a un istituto e successivamente trasferite da una struttura assistenziale all’altra. Eppure i medici, pur studiandone a lungo il comportamento, escludono che soffrano di una forma di psicosi e non riescono a formulare una diagnosi univoca. Intanto, agli occhi degli altri, la particolare sovrapposizione che non ammette dissonanze assume contorni sempre più perturbanti, trasformandole in un bersaglio di scherno e, talvolta, di autentica ostilità. È in questo riflesso continuo che irrompe Ken Iveson, un camionista del quale entrambe si invaghiscono. L’infatuazione si protrae per anni e prende forme sempre più ossessive, con le gemelle che lo seguono, lo attendono fuori dal luogo di lavoro, gli gridano insulti e lo colpiscono, finché Iveson stesso, esasperato, decide di denunciarle. Nel 1981 le gemelle Chaplin entrano così nell’aula del tribunale di York, dalla quale usciranno, più che nelle mani della giustizia, nelle fauci voraci della stampa britannica.
Bucking Fastard, dalla cronaca alla verità estatica di Werner Herzog
Il cinema di Werner Herzog è così: tutto si fonde e tutto si contamina in un amalgama fluido, dove il documentario accoglie l’invenzione, la finzione si fa carico della consistenza ruvida del reale e la natura diventa il teatro smisurato nel quale ossessioni e imprese impossibili possono spingersi fino alle proprie estreme conseguenze. Chi meglio del regista tedesco, da sempre attratto da quella verità estatica che può affiorare soltanto trasfigurando i fatti, avrebbe dunque potuto raccontare la vera storia di Freda e Greta Chaplin? In Bucking Fastard, tuttavia, Herzog trasferisce innanzitutto la vicenda in un’epoca diversa, ribattezza le protagoniste Jean e Joan Holbrooke e sostituisce Ken Iveson, il camionista di cui le vere gemelle si invaghirono, con un autista di limousine interpretato da Orlando Bloom. Conserva invece intatto il nucleo perturbante del caso, con le due donne che parlano, camminano e desiderano all’unisono, come se un’identità non potesse esistere senza coincidere perfettamente con l’altra.
Il risultato non è che un’esperienza deliberatamente grottesca e, alla lunga, quasi snervante. Assistere per quasi due ore a gesti speculari e dialoghi pronunciati simultaneamente produce infatti uno straniamento sospeso tra il comico e l’inquietante, proprio per questo paradossalmente coerente con l’obiettivo del film. Inoltre, la trasposizione cinematografica in concorso per il Leone d’oro abbandona presto l'accuratezza biografica per affidarsi a una dimensione apertamente surreale, nella quale il desiderio e l’ossessione si deformano fino a oltrepassare ogni pretesa di verosimiglianza. Così, il caso di cronaca delle sorelle Chaplin diventa, nelle mani di Herzog, l’ennesima esplorazione di un’umanità protesa verso l’impossibile.
Appassionata di nuovi e vecchi media e studiosa in via d’evoluzione dei servizi multimediali over-the-top, scrivo principalmente di grande e piccolo schermo e sostenibilità ambientale.
Dopo aver mosso i primi passi come PR Consultant per Prime Video, sono passata dall’altra parte del “palco”, abbracciando il mondo del giornalismo. Ho scritto, tra gli altri, di cinema per Sky TG24, di innovazione per Innovando News e di attualità per il Corriere del Trentino, per poi approdare nel mondo di Hearst.
Nella mia vita ideale The Office è in loop, sono circondata da animali e le Dolomiti fanno da sfondo. Anagraficamente Gen Z, sono Millennial nella vita di tutti i giorni: eternamente nostalgica, fingo di saper usare TikTok, ma non ho mai abbandonato le agende cartacee.
