L'importanza di vedere una persona morta (anche quando si è bambini)
"Voi l'avete mai vista una persona morta?". La domanda fatta qualche sera fa da un mio amico al nostro gruppo di quasi quarantenni mi ha spiazzato. E mi hanno spiazzato anche le risposte degli altri, principalmente negative. Nessuno aveva mai visto un familiare o amico alla fine della sua vita, per un ultimo saluto faccia a faccia. Un momento considerato all'unanimità impressionante, oltre che doloroso, che rischierebbe di cristallizzare quell'immagine di un corpo senza vita come il ricordo definitivo della persona che non c'è più. "Non voglio ricordarmelo da morto", in sostanza, il responso generale. Un'opinione molto diffusa, in effetti, che fa riflettere più sul rapporto con la vita che su quello con la morte.
La prima volta che ho visto una persona defunta avevo 18 anni. Era una mia amica. La sua morte fu un evento scioccante ed ero terrorizzata all'idea di vederla in una camera mortuaria. Ma era l'ultima occasione. Nessuno mi ha consigliato, tantomeno spinto a farlo o non farlo. L'ho deciso io lì fuori sull'onda dell'emotività e non me ne sono pentita. Non è stato - come temevo - traumatico, né condizionante per il futuro. È in quel momento che ho preso davvero consapevolezza della sua scomparsa, sforzandomi ad accettarla, altrimenti credo sarebbe rimasta una cognizione sfalsata di quella drammatica realtà. Sono reazioni del tutto personali, certo, ma davanti all'evento che più di qualsiasi altra cosa genera profondo smarrimento, l'azione visiva aiuta, concretizza qualcosa che l'animo umano fatica a comprendere, ma soprattutto ad accettare. Al contrario, rinunciarci per timore può essere limitante.
L'esposizione - anche mediatica - della salma di papa Francesco (in foto), per fare un esempio recente, è stata di grande impatto non solo per i fedeli, e ha avuto la sua funzione, pubblica e spirituale.
Il confronto con la realtà, anche per i bambini
Ci sono diversi studi psicologici e neuroscientifici su questo, che evidenziano l'importanza emotiva e cognitiva del confronto con la realtà, spiegando il perché è utile vedere la salma. Lo psichiatra statunitense J. William Worden, noto per il suo modello dei 'quattro compiti del lutto', sostiene che vedere la persona scomparsa è fondamentale per assimilare la realtà della perdita e avviare il distacco, soprattutto nei casi di morte improvvisa o traumatica. Un'altra ricerca del 2026 dimostra che quando una persona non c'è più, il cervello di chi resta continua inconsciamente a cercarla nell'ambiente, quindi vedere il corpo senza vita interrompe questo meccanismo, aprendo la porta all'accettazione.
La scienza spiega che la vista della salma può essere benefica anche per i bambini, previa un'accurata preparazione psicologica e lasciando sempre a loro la scelta. Li aiuta a comprendere l'irreversibilità - concetto che in questi casi può mandare in crisi anche noi adulti - e previene il senso di colpa infantile, che li porta a dubitare come un loro comportamento sbagliato possa aver allontanato per sempre il familiare. Per loro anche partecipare al rito funebre è importante - sempre con le dovute protezioni - per non isolarli nel lutto.
Allontanare la sofferenza invece che accoglierla
L'approccio protettivo, quindi, non è così di sostegno come sembra. Va di pari passo con il costante allontanamento della sofferenza che oggi detta il copione di ogni esistenza. Per il sentire comune il dolore va eliminato, non attraversato. Figuriamoci accoglierlo, guardarlo in faccia e realizzare attraverso i sensi che ci resterà attaccato addosso per un bel po'. Che poi succede lo stesso, ma almeno non lo vediamo e così ci sembra di averlo in qualche modo arginato.
Senza giudizio alcuno, la decisione di vedere una persona cara morta ha a che fare con noi e con la nostra sopravvivenza, non con la sua immagine, tantomeno con il suo ricordo futuro. È il nostro rapporto con la sofferenza l'ago della bilancia, che a volte è necessario penda più dalla parte del dolore per trovare il coraggio di affrontare la realtà.