L’impatto delle inondazioni in Nepal sulle donne e le ragazze

A fine agosto, il confine tra il Nepal e la regione cinese del Tibet è stato colpito da inondazioni devastanti, che hanno provocato oltre 1300 morti e più di 5mila dispersi. Se della situazione in Tibet sappiamo poco, a causa del controllo sulle informazioni da parte del governo centrale cinese, dal Nepal arrivano invece notizie continue sulle devastazioni, le morti, i dispersi e anche le costanti operazioni di soccorso e le persone sopravvissute.

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Tra abitazioni e infrastrutture distrutte e intere comunità rimaste traumatizzate, il Nepal ora chiede con urgenza alla comunità internazionale aiuti economici e strumenti di supporto di vario tipo, come tute per i soccorritori, droni e tutto il necessario per prevenire l’insorgenza e la diffusione di epidemie. Come riporta la BBC, per il Nepal è praticamente un atto dovuto: attribuendo le inondazioni devastanti alla crisi climatica, le autorità nepalesi parlano di “ingiustizia”, dal momento che il Paese è tra i più vulnerabili agli effetti della crisi pur essendo tra quelli che meno la provocano.

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Intanto, la situazione è ancora molto critica. “La portata reale di queste terribili inondazioni sta ancora venendo alla luce”, aveva detto la rappresentante di UN Women per il Nepal Patricia Fernandez-Pacheco pochi giorni dopo l’accaduto. Quello che però è stato subito chiaro è che, per alcune fasce di popolazione e comunità, il disastro, il trauma e i pericoli che le inondazioni hanno provocato sono più intense che per altre: tra queste, ci sono le quasi 160mila donne e ragazze che vivevano nell’area colpita. “Quello che sappiamo”, ha aggiunto infatti Fernandez-Pacheco, “è che i rischi già esistenti per le donne e le ragazze aumentano vertiginosamente quando si verificano delle catastrofi”.

Attraverso il confronto con organizzazioni che operano sul territorio, UN Women ha raccolto testimonianze e informazioni sulle conseguenze che le donne e le ragazze stanno subendo e sono a rischio di subire in quei territori. Un’organizzazione ad esempio ha riferito a UN Women che molte donne in gravidanza o che stavano allattando così come persone con disabilità hanno perso la vita perché non hanno fatto in tempo a fuggire. Almeno 43mila donne e ragazze hanno invece al momento urgente bisogno di assistenza umanitaria. Tra i problemi più evidenti, c’è la grave carenza di cibo e acqua pulita, che mette ulteriormente a rischio la salute delle donne. Questo contesto di assoluta precarietà può essere dannoso poi non solo da un punto di vista sanitario, ma anche emotivo. Già una ricerca qualitativa condotta qualche anno fa in un’area montana del Pakistan colpita da alluvioni aveva rilevato infatti come proprio l’esperienza delle mestruazioni negli accampamenti sovraffollati, senza acqua pulita né privacy, avesse generato un forte disagio psicologico, al punto che le donne intervistate ricordavano quei momenti ancora con angoscia.

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In seguito a disastri naturali, inoltre, cresce anche il rischio di subire violenza e sfruttamento: questo, dicono vari studi, sarebbe dovuto all’aumento dei livelli di aggressività e stress, la maggiore difficoltà ad accedere a forme di tutela e l’acuirsi delle discriminazioni. Anche i ruoli di genere tendono a irrigidirsi ulteriormente in situazioni di crisi come quelle provocate dai disastri naturali: molte donne infatti finiscono per assumere un carico di cura familiare e domestica ancora più elevato e rimanere a lungo invischiate in questo ruolo tradizionale che toglie tempo per sé. È quello che UN Women teme possa succedere anche nelle comunità del Nepal colpite dalle inondazioni: qui, tra le infrastrutture distrutte, le reti di comunicazione danneggiate e un alto livello di analfabetismo femminile, può essere ancora più difficile chiedere e ricevere aiuto o supporto per chi ne ha bisogno.

A ciò, va aggiunto anche il problema che la maggiore vulnerabilità provocata dai disastri naturali può permanere a lungo, perché nonostante siano tra le fasce di popolazione più colpite, le donne e le ragazze vengono comunque spesso escluse dai processi decisionali su come rispondere alle emergenze e avviare la ripresa: questo vuol dire che difficilmente vedranno le loro esigenze riconosciute, accolte e tantomeno risolte. Come ha detto invece Christine Arab, Direttrice regionale di UN Women per Asia e Pacifico, la loro partecipazione è più che necessaria: “La risposta umanitaria deve tenere conto delle esperienze delle donne e delle ragazze. Deve raggiungerle e deve coinvolgerle come protagoniste fondamentali nella ricostruzione del Nepal”.

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