L’IA ha fame di data center (cioè energia e acqua). E i cittadini iniziano a dire no

Negli Stati Uniti si sta sviluppando una protesta trasversale contro la costruzione di data center. Per rendere l’idea della dimensione di questi moti intestini, il sito web Datacenteropposition ha raccolto 525mila adesioni provenienti da persone che hanno manifestato dissenso tramite gruppi sui social media o che hanno partecipato a 142 manifestazioni di dissenso organizzate in 42 Stati.

Si tratta di adesioni e non di manifestanti che invadono le piazze, ma gli impatti ambientali dei data center e il caro bollette, del quale parleremo più avanti, si rivelano essere dei potenziali freni agli sviluppi delle IA in Paesi che giocano un ruolo primario come Usa, Canada e India.

Dietro ogni modello di IA generativa ci sono edifici industriali, chip che lavorano senza interruzione, linee elettriche, sistemi di raffreddamento, generatori di emergenza e consumo di acqua non di rado ingente.

Negli Usa in particolare queste imponenti infrastrutture stanno inciampando nel volere popolare, ostacoli che le Big Tech non hanno visto arrivare.

Le contestazioni nate davanti ai consigli comunali si stanno coordinando a livello nazionale, entrano nelle campagne elettorali e cominciano a essere considerate dagli investitori alla stregua della scarsità di energia, dei ritardi nelle connessioni alla rete e della carenza di componenti. Il problema non è più soltanto dove costruire i data center, ma chi debba decidere, sopportarne i costi e riceverne i benefici.

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Dalle bacheche locali a un movimento nazionale

Il dissenso si sparge in tutta la Nazione ma a piccole macchie. Tra il mese di dicembre del 2025 e il mese di giugno del 2026 le adesioni censite dal movimento Data Center Opposition sarebbero aumentate di quasi sette volte e la mappa del malcontento si espande al di là delle comunità tradizionalmente ambientaliste.

Tuttavia, il dato delle 525mila adesioni richiede cautela. Il rapporto è stato realizzato da organizzazioni impegnate contro l’espansione dei grandi data center e misura le iscrizioni aggregate di diversi gruppi Facebook. Non permette di eliminare eventuali duplicati, non consente di distinguere gli attivisti dai semplici osservatori e, tanto meno, permette di stabilire quante persone partecipino effettivamente alle iniziative.

Se i numeri non scattano fotografie precise indicano tuttavia che l’attenzione al tema dei data center sta crescendo e si sta organizzando.

Una mobilitazione reale con connotazioni politiche

Non è disponibile un conteggio complessivo dei partecipanti e, in alcune città, l’affluenza è rimasta modesta. Una dozzina di persone hanno sfilato ad Atlanta e Tyler (Texas) e una cinquantina nella Imperial County in California.

L’eco delle proteste sta però assumendo una connotazione politica che ha mosso le corde dell’attivista politica Amy Kremer, nota per il suo ruolo nel Tea Party, movimento conservatore nato nel 2009 che si oppone alle ingerenze del governo federale americano e alle tasse ritenute esose.

Le mobilitazioni, al di là del successo e delle partecipazioni effettive, coinvolgono ambientalisti, agricoltori, sindacati e gruppi progressisti. La battaglia contro i data center è questione trasversale che unisce diverse correnti dell’elettorato americano.

Il cloud si trasferisce nelle campagne

La protesta cresce anche perché i nuovi impianti non vengono più concentrati soltanto nelle tradizionali aree tecnologiche. Un’analisi del Pew Research Center ha individuato più di 1.500 strutture in fase di progettazione o in via di costruzione.

Il 67% dei data center dovrebbe sorgere in aree rurali, mentre l’87% di quelli già operativi si trova in zone urbane. Il 39% dei nuovi progetti riguarda contee nelle quali non esiste ancora alcuna struttura di questo tipo.

Per molte comunità significa trovarsi improvvisamente a negoziare con imprese dotate di ingenti risorse economiche, tecniche e legali. Il think tank Brookings Institution osserva che la selezione dei siti avviene spesso attraverso trattative poco trasparenti e tempi molto compressi, mentre le compensazioni per il territorio vengono aggiunte soltanto quando l’opposizione è già esplosa.

Non tutti i data center sono per le IA

Le cifre utilizzate nel dibattito mescolano spesso categorie differenti. Un data center può ospitare servizi cloud, posta elettronica, archivi aziendali, video, motori di ricerca e applicazioni di intelligenza artificiale nello stesso complesso. I rapporti sulle proteste includono inoltre progetti non necessariamente destinati in via esclusiva alle IA.

Inoltre, stando ai dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 i consumi elettrici di tutti i data center sono cresciuti globalmente del 17%, mentre quelli delle strutture specificamente dedicate alle IA sono aumentati del 50%.

Le intelligenze artificiali, dati alla mano, non si sovrappongono interamente alla crescita dei consumi ma contribuiscono ad accelerarli.

I costi delle IA

L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che il consumo mondiale dei data center passerà dai 485 terawattora del 2025 a circa 950 terawattora nel 2030.

Nello stesso periodo, la domanda delle strutture specializzate nelle IA dovrebbe triplicare. Negli Stati Uniti, il Lawrence Berkeley National Laboratory stima che entro la fine del decennio i data center potrebbero assorbire mediamente l’11,8% dell’elettricità nazionale, con scenari che oscillano tra il 9,5% e il 15,3%.

La dimensione nazionale, però, racconta soltanto una parte della storia. I carichi sono concentrati in poche località e possono obbligare le aziende elettriche a costruire centrali, sottostazioni e linee di trasmissione.

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Il timore dei cittadini riottosi ha più facce

C’è un impatto ambientale, perché i data center aumentano la domanda di energia fino a saturare le reti locali, consumano territorio e grandi quantità di acqua per il raffreddamento riducendo la disponibilità per l’agricoltura e le comunità, richiedono nuove infrastrutture che modificano il paesaggio e generano traffico pesante e, non da ultimo, tendono a fare crescere i prezzi dell’elettricità per le utenze residenziali.

Questo perché gli investimenti richiesti alle utility hanno un peso nelle tariffe generali e, stando ai dati raccolti dalla testata Futurism, la domanda di energia generata dai data center può pesare per oltre 23 miliardi di dollari di rincari entro il 2028.

Il consenso si è spezzato

Un sondaggio Gallup, condotto lo scorso marzo, ha rilevato che il 71% degli americani si opporrebbe alla costruzione di un data center per le IA nella propria zona e il 48% lo farebbe anche con decisione.

La metà dei contrari indica come principale motivazione il consumo di risorse, mentre circa un quinto cita gli effetti sui costi e un altro quinto le conseguenze sulla qualità della vita. Tra i favorevoli, invece, il 66% richiama i potenziali benefici economici e il 55% relativo si appella alla creazione di posti di lavoro.

I miliardi bloccati, rinviati o cancellati

Stando all’osservatorio indipendente Data Center Watch, nei primi tre mesi del 2026, l’opposizione locale avrebbe bloccato o ritardato almeno 75 progetti dal valore dichiarato di circa 130 miliardi di dollari, una cifra paragonabile a quella registrata durante l’intero 2025.

Questo non significa che 130 miliardi sono stati gettati al vento. Il conteggio, infatti, tiene conto sia delle strutture cancellate sia di quelle temporaneamente sospese, sottoposte a moratorie o rallentate da contenziosi.

La politica diventa un vincolo finanziario

Morgan Stanley ha inserito l’opposizione politica tra i principali rischi per il ciclo di investimenti nell’intelligenza artificiale. In un’analisi pubblicata il 7 luglio, la banca sostiene che un divieto federale sia improbabile, perché sia democratici sia repubblicani considerano le IA una priorità strategica nella competizione con la Cina.

Tuttavia, il 14 luglio lo Stato di New York ha introdotto una moratoria generale sui nuovi data center di grandi dimensioni, diventando così potenziale capostipite di regole più severe.

Chi deve pagare l’infrastruttura

Amazon, Google, Meta, Microsoft, OpenAI, Oracle e xAI hanno sottoscritto un impegno volontario promosso dalla Casa Bianca affinché i costi delle nuove centrali, delle reti e della capacità elettrica prenotata ma inutilizzata non vengano scaricati sugli utenti esistenti.

L’amministrazione Trump sta cercando di estendere l’accordo anche alle aziende elettriche, agli operatori indipendenti e ai governatori.

L’impegno riconosce il problema ma non lo risolve, perché rimane su base volontaria e deve essere tradotto in tariffe, contratti e obblighi controllabili dalle autorità.

Anche le promesse occupazionali richiedono prudenza, perché i data center possono produrre entrate fiscali rilevanti e migliaia di impieghi durante la costruzione, ma terminato il cantiere il numero dei lavoratori permanenti è generalmente molto più contenuto.

Anche in Canada è partita la crociata contro il data center di Meta

In Canada sono in fase di pianificazione o sviluppo impianti per oltre 20 gigawatt di capacità da destinare ai data center dedicati. Installazioni che verranno concentrate soprattutto nella provincia di Alberta, laddove Meta – l’azienda che sviluppa tra gli altri Facebook, Instagram e WhatsApp – vuole costruire un impianto da un gigawatt investendo circa 13 miliardi di dollari canadesi (8,1 miliardi di euro).

Alla fine del 2025, la provincia ha approvato una tassa sui data center che prelevano almeno 75 megawatt di energia dalla rete elettrica locale, con lo scopo di evitare che i costi ricadano sulle utenze residenziali.

Un problema tangibile anche in India

In India il conflitto è ancora più delicato perché il governo offre, fino al 2047, un’esenzione fiscale alle società straniere che utilizzano data center locali.

Tuttavia, Big Tech si muove in modo autonomo e il caso più controverso è il progetto da 15 miliardi di dollari presentato da Google, un complesso che dovrebbe occupare circa 600 acri in una zona di risaie e frutteti e piace molto poco agli agricoltori e alle comunità locali.

Il medium Rest of World riporta anche di potreste attorno ai progetti di Microsoft e Amazon. Il nodo idrico è particolarmente sensibile: l’India ospita il 18% della popolazione mondiale ma dispone soltanto del 4% per cento dell’acqua dolce, e almeno 50 data center esistenti sorgerebbero in zone ad alto stress idrico.

Il consenso è il vero collo di bottiglia

La protesta americana non fermerà da sola l’espansione delle IA, centrale nelle politiche di Washington, però cambiano le condizioni alle quali questa espansione può avvenire.

Per ottenere l’approvazione, non basta più promettere innovazione, posti di lavoro e competitività: occorre dichiarare quanta energia e quanta acqua saranno necessarie, chi finanzierà le infrastrutture, quanti impieghi resteranno dopo il cantiere e quali strumenti consentiranno alla comunità di far rispettare gli accordi.

Il collo di bottiglia delle IA non è più soltanto tecnico e tecnologico.