L’eterno ritorno dei franchi tiratori, ultimo retaggio della prima Repubblica

Indro Montanelli li chiama «gli onorevoli-lupara». E ieri mattina, all’ora di colazione, alla buvette, un gruppetto di meloniani conversava così: «Giorgia fa bene ad andare avanti sulle preferenze, ma speriamo che gli altri non imbraccino i fucili». L’aspetto impressionante del revival dei cecchini d’aula è che loro sembrano sbucati dal passato della Prima Repubblica per abbattere le preferenze che sono un grande classico, in qualche modo rispolverato, proprio della Prima Repubblica.

In trentuno hanno sparato nascosti nell’anonimato. E divampano le accuse incrociate come accade da sempre dopo una mattanza parlamentare. I leghisti si difendono: «Stamane - racconta Calderoli ai suoi - ho visto la processione di deputati di Fratelli d’Italia che andavano dai loro dirigenti dicendogli: fermatevi, le preferenze sono uno schifo». E i meloniani: «Il Carroccio ha messo i cannoni ma senza mostrare la faccia. E sembra una nave pirata alla deriva». Immagini guerresche. Ma anche religiose. Qualche azzurro ammette nella tarda serata ma dietro solenne giuramento di riservatezza: «Marina Berlusconi le preferenze le vede come il demonio. Perché avremmo dovuto accarezzare Satana?». Meglio sparagli addosso.

Le coincidenze

Fa impressione questa coincidenza che tanto coincidenza non è, visto che il metodo d’elezione dei parlamentari decide la loro vita e la loro morte (politica). Fu bersagliata dai franchi tiratori (che lungo la storia italiana delle Camere si sono sempre vantati di aver preso il nome dai francs-tireurs della guerra franco-prussiana del 1870) la legge elettorale degasperiana del 1953, la cosiddetta “legge truffa”. Alcuni senatori della stessa maggioranza centrista (tra cui spiccavano figure storiche della Dc e del Psdi, contrarie all’introduzione di un forte premio di maggioranza che scattava dal 50 per cento dei voti) decisero di sabotare il testo durante i mesi di discussione in commissione e poi in aula attraverso continui emendamenti votati a scrutinio segreto. I cronisti di quel tempo raccontarono Palazzo Madama come una «polveriera». E De Gasperi non si capiva se si metteva le mani nei capelli per la disperazione o se si proteggeva il viso con le mani per evitare le pallottole. E se ieri il clima a Montecitorio è stato «allucinante», come dicono tutti nella maggioranza, nel ’53 in Senato si arrivò allo scontro fisico. Poi la legge sarebbe stata approvata dal Parlamento, ma grazie alla fiducia.

Fino al 1988, i regolamenti parlamentari prevedevano che lo scrutinio segreto fosse la regola generale per quasi tutte le votazioni di legge. Questa dinamica permetteva alle correnti interne della Dc, e dei suoi alleati, di colpire i propri leader senza pagare dazio politico. Altri tempi, per fortuna. Sebbene molti esecutivi abbiano preferito dimettersi prima di farsi impallinare in aula, due governi sono caduti formalmente a causa dei franchi tiratori. Stavolta non sarà così, anche se il colpo ieri è stato sentito da tutte le parti. Il governo Cossiga II è il caso più clamoroso della storia repubblicana.

Il 27 settembre del 1980, pochi minuti dopo aver incassato la fiducia con voto palese (329 sì e 264 no), sul suo fondamentale decretone economico d'emergenza il governo andò al voto finale a scrutinio segreto. Il decreto fu respinto per un solo voto (come adesso!): 298 contrari contro 297 favorevoli. Una trentina di franchi tiratori della maggioranza della Dc e del Psi - una trentina anche allora! - impallinò il provvedimento. Cossiga salì al Quirinale per rassegnare immediatamente le dimissioni.

E ancora: il governo Spadolini, il 7 agosto 1982, cadde su un decreto-legge sul settore petrolifero. A causa della defezione decisiva di decine di franchi tiratori della Dc, contrari alla linea di rigore fiscale del ministro delle Finanze socialista, Rino Formica. Spadolini fu costretto a rassegnare le dimissioni.

La storia, come si sa, non si ripete. E oggi è tutto diverso da ieri. Ma il filo di continuità esiste nella motivazione che spinge i cecchini a prendere la mira - l’irresponsabilità e l’indifferenza verso l’interesse generale - e la pretesa di sentirsi il sale della democrazia. Sparo, dunque sono.

L’identikit

Il cecchinaggio è infatti una tipica attività dei peones. Ma non sempre. E chissà nella trentina di franchi tiratori qual è stavolta la percentuale di genere e tra partiti. Il calcolo che circola di più è questo: dieci o undici donne (quindi non è la rivoluzione delle donne di cui dicono le opposizioni, offese perché è saltata la preferenza di genere) e gli altri venti equamente distribuiti tra i tre principali partiti del centrodestra.
Inutile stare qui a ricordare tutte le volte che gli onorevoli-lupara hanno abbattuto i candidati al Quirinale. I 101 di Romano Prodi, 19 aprile 2013, sono una pessima pagina politica. Il giorno prima, 18 aprile, Franco Marini venne impallinato al primo scrutinio da decine di franchi tiratori di centrosinistra, contrari all'intesa con Silvio Berlusconi. Per andare ancora più indietro, lungo la Prima Repubblica c’è stata una strage di quirinabili. E Carlo Donat-Cattin propose, come unici mezzi per non fare eleggere un candidato sicuro «veleno, pugnale o franchi tiratori». Il tiro al piccione a cui fu sistematicamente sottoposto Fanfani rimane un esempio insuperabile. Il franco tiratore si apposta, colpisce e si dilegua. La palude è il suo habitat. E si parla sempre di pallottole, ma hanno anche il coltello questi «malfattori», come li chiamano i meloniani, anzi questi «pugnalatori». Chi ha la memoria lunga sta ricordando in queste ore, un altro precedente. Questo: sulla legge elettorale, nel 2017, va sotto al primo voto segreto alla Camera il patto tra Pd e M5S. Psicodramma. Proprio come quello che sta andando in scena in questa terribile serata.

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