L'effetto Volkswagen arriva in Veneto, Confindustria: «A rischio un'azienda su 4»
L'ombra della crisi di Volkswagen si allunga sul Veneto. Sono 11mila le aziende della regione (dalla partita Iva all'industria) che compongono la filiera dell'automotive, per un valore delle esportazioni di poco inferiore a 1,5 miliardi, e una su quattro potrebbe finire in seria difficoltà per gli effetti del piano lacrime e sangue annunciato dall'amministratore delegato Oliver Blume. «Un 20-30% di queste imprese potrebbe trovarsi ad attraversare una fase molto complessa»: è la stima di Alessia Miotto, presidente del gruppo metalmeccanica di Confindustria Veneto Est e vicepresidente di Federmeccanica. Allo stesso tempo, però, l'imprenditrice trevigiana fotografa la trasformazione già in atto nell'intero comparto della meccanica, alle prese "in casa" anche con la pesante situazione di Electrolux. Un'evoluzione che risponde a una parola d'ordine: diversificare. Non buone intenzioni, ma fatti. Perché molte aziende questo percorso lo hanno già avviato. «Credo che si stia già facendo tutto il possibile», conferma Miotto.
Il meccanismo
«Le catene di subfornitori di aziende tedesche con sedi qui in Veneto esportano componentistica anche, e soprattutto, per il settore automotive. È evidente che se il colosso tedesco prevede di ridurre da 12 a 9 milioni la capacità produttiva mondiale di auto, questo implica anche un taglio degli ordini in Veneto. Quindi riduzione dei posti di lavoro, della capacità produttiva e, probabilmente, ricorso alla cassa integrazione». Le più esposte, naturalmente, sono le imprese più piccole. «Per loro, una rinegoziazione dei prezzi con i fornitori considerato che tra i principali obiettivi del colosso tedesco c'è proprio il recupero della marginalità potrebbe risultare incompatibile con costi di produzione strutturalmente più elevati. Il rischio è che venga chiesto alle aziende italiane di comprimere ulteriormente i propri margini. E questo, laddove vi sia un Ebitda inferiore al 5%, potrebbe creare una situazione complessa». Uno scenario che potrebbe pesare come un macigno, nonostante le imprese del Nordest siano generalmente ben patrimonializzate. Tanto più se, agli effetti della crisi Volkswagen, si sommano quelli di Electrolux (con le sedi di Susegana e Porcia) e del suo indotto.
La diversificazione
Nel frattempo, le aziende non stanno a guardare. Perché la crisi di Volkswagen rappresenta, di fatto, solo l'ultimo tassello di una sofferenza che da tempo attraversa il settore automotive, sempre più incalzato anche dalla concorrenza cinese. La strada che molti stanno percorrendo è quella della diversificazione del business. Verso quali settori? Elettrico, difesa, navalmeccanica, aerospazio. «E quando parliamo di difesa puntualizza Miotto non intendiamo necessariamente produrre proiettili o armi». Certo, vanno definiti ruoli e spazi. «La filiera dell'aerospazio, così come quella della difesa, è molto complessa, perché i prodotti richiedono certificazioni particolari ed estremamente costose, che non tutte le piccole aziende possono permettersi. Quindi non tutti possono diventare fornitori diretti di Leonardo». Ma possono relazionarsi, ad esempio, con Irca-Zoppas, che con il colosso dell'aerospazio, a maggio, ha firmato un accordo per la produzione di riscaldatori termici antighiaccio per le pale degli elicotteri a uso civile. È successo a Venezia, alla quarta edizione dello Space Meeting. «Oltre ai grandi- conclude Miotto - esponevano molte pmi più piccole, con fatturati di qualche milioni di euro. Quindi lo spazio c'è».