L’amico fraterno Corni: "Io e Silenzi gli unici che riconosceva ancora. Quante sfide a bocce..."
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I ricordi dell’allora ds: "Aveva la fama da duro, ma con un grande umorismo. Litigammo perché voleva gli comprassi Zannoni, ma poi arrivò subito la pace".
Un sodalizio vincente è quello tra Renzo Corni – oggi 82enne, ex giocatore a fine anni ’60 e poi direttore sportivo della Reggiana di tanti trionfi – e Pippo Marchioro che di quei successi fu il timoniere sul campo. Un rapporto che ha dato la felicità a migliaia di tifosi granata, ma anche a loro stessi.
Corni, Pippo Marchioro ci ha lasciato. "Sì, l’ho saputo tramite Letizia, sua figlia, in un messaggio mi ha scritto: il buon Dio lo ha accontentato. L’ultimo periodo non deve essere stato facile per lui".
Quando gli ha parlato l’ultima volta? "Una decina di giorni fa, ma rispetto alle telefonate precedenti si capiva che era sempre meno presente".
Vi sentivate ancora in modo assiduo? "Certo, almeno una volta ogni due settimane. Aveva le sue problematiche di salute, tuttavia Letizia mi diceva che le uniche persone che davvero riconosceva quando parlava al telefono eravamo Andrea Silenzi ed io. Con gli altri faceva un po’ finta, diciamo così, andava un po’ dietro alle domande per non deludere l’ascoltatore".
Del resto il vostro è stato un sodalizio, umano e sportivo, lunghissimo? "È così, ho conosciuto Marchioro anni prima del comune approdo a Reggio. Abbiamo lavorato insieme a Prato, e già capivo di trovarmi di fronte non solo a un eccellente allenatore, ma anche ad una gran persona. Quando sono stato chiamato al ruolo di direttore sportivo granata non ho avuto esitazioni: come mister volevo lui. Per fortuna sua, e mia, visti i risultati, la nuova proprietà (quella del connubio tra il senatore Walter Sacchetti, industriali e cooperatori, ndr) con Ermete Fiaccadori in primis, mi lasciò carta bianca nelle decisioni. Quell’anno mettemmo insieme la sua lista di nomi con la mia e, nella sorpresa generale, vincemmo il campionato".
Dal punto di vista umano come lo ricorda? "Aveva la fama di duro, e come tale spesso si atteggiava, ma in realtà era dotato di grande umorismo; sapeva essere molto simpatico e aveva una massima che ripeteva spesso: prendere le cose con serietà, ma mai seriamente. Quando era necessario liberare la mente dalle tensioni calcistiche, ci trovavamo a giocare a bocce. Ed eravamo bravini, le nostre sfide erano seguite da parecchi pensionati della bocciofila".
Chi era il più forte? "Io lasciavo vincere quando la Reggiana perdeva, così si rilassava e si rincuorava. Ma in realtà ci equivalevamo, anche se io ne ho vinta qualcuna in più. Giocando a bocce abbiamo risolto anche l’unico vero scontro che abbiamo avuto in tutta la nostra collaborazione". Racconti… "Mercato di riparazione, novembre 1992. Secondo Pippo occorreva un rinforzo, lui spingeva per Zannoni, che era pompato molto anche dai media. Nello spogliatoio, presente William Vecchi, mi fa: “Non ti ho mai chiesto niente ma adesso sono nelle condizioni per farlo, voglio Zannoni“. Io ero convinto che nel ruolo, con Picasso e Scienza, fossimo più che coperti, allora gli risposi, deciso: “Se la metti così, sta bene. Ma vedremo a fine campionato chi aveva ragione“. Andammo in serie A e Picasso giocò molto più di Zannoni. Però… il giorno dopo quella discussione facemmo una partita a bocce pacificatrice. E non discutemmo mai più a quel livello".
Quanto le mancherà? "Immensamente. In fondo eravamo come due fratelli. E come tali abbiamo vissuto i due momenti più belli della nostra carriera e, credo di poter dire, della Storia della Reggiana: la prima promozione in serie A, la cui certezza avemmo subito dopo il pareggio col Cesena, in Romagna, e la meritatissima salvezza ottenuta all’ultima giornata battendo il Milan a San Siro, l’anno dopo".