José Andrés, parla il «cuoco dell'anima»: «Nutrire le persone dove c’è bisogno non è nulla di eccezionale. Io sono semplicemente il ponte tra ciò che ho vissuto a casa – con le crocchette degli avanzi della fine del mese – e milioni di famiglie»
Nei venti giorni trascorsi tra questa intervista a José Ramón Andrés Puerta (per tutti José Andrés) e la sua pubblicazione è probabile che nella vostra vita siano successe molte cose. Ma vi assicuro che a lui ne sono capitate di più. Molti degli eventi pubblici di cui è stato protagonista sono legati alla presentazione di Spain My Way, un libro che raccoglie le migliori ricette della tradizione spagnola adattate al mercato statunitense. Tra le mille cose, è stato ospite del Jimmy Kimmel Live!, sulla West Coast, indossando la maglia della nazionale ucraina di calcio e al The Late Show with Stephen Colbert, a New York, stavolta con la maglia della Spagna, per ritirare un assegno da 2.497.404,15 dollari, il ricavato dell’asta di cimeli del Late Show, che ha chiuso i battenti dopo undici stagioni e che ha sempre destinato somme ben più ingenti all’attività umanitaria di World Central Kitchen, l’ong fondata e presieduta da Andrés che, senza attendere il via libera delle autorità, arriva nelle zone di conflitto prima ancora dei governi. Semplicemente, i volontari vanno dove c’è bisogno di loro e danno da mangiare alle persone.

Nei suoi rari momenti a casa, José Andrés si rilassa con gli scacchi e nelle immersioni. È un grande appassionato di basket e ha affinato le doti di attore fin da bambino. José Andrés, 57 anni, è uno chef, imprenditore e attivista umanitario spagnolo che si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha aperto decine di ristoranti. La ong World Central Kitchen che ha fondato fornisce pasti in situazioni di emergenza e guerra.
Fotografía: Yoshiyuki Matsumura. Estilismo: Nicole ChapoteauCon il suo mentore, il grande cuoco Ferran Adrià nel 2023.
Gari Garaialde/Getty Images
José Andrés di fronte alla sua biblioteca.
Fotografía: Yoshiyuki Matsumura. Estilismo: Nicole ChapoteauTutto questo racconta di un uomo dotato di uno straordinario talento per le relazioni umane: un asturiano di umili origini che dopo essere approdato negli Stati Uniti 33 anni fa (con appena 30 dollari in tasca, almeno stando alla leggenda) e aver aperto a Washington Jaleo (il primo dei 51 ristoranti che oggi compongono il suo impero gastronomico), è diventato una delle incarnazioni più improbabili e al contempo tangibili del sogno americano.
Tutte le persone interpellate per questo servizio, oltre a elogiarne le doti imprenditoriali e la capacità di entrare in sintonia con il pubblico, concordavano su un punto: José Andrés è «un tipo audace» che «non accetta un no come risposta». Forse è proprio questa semplicità (ma è davvero così semplice?) il segreto del suo successo, che ha portato la rivista Time a inserirlo due volte nella lista delle 100 persone più influenti del mondo e spinge la gente a fermarlo per strada con affetto e spontaneità.
Nella sua vita c’è una parte importante di impegno civile, ma c’è anche una dimensione molto glamour, non trova?
«Io non lo definirei glamour. Le persone famose non hanno alcuna colpa della loro celebrità. Lo si chiama glamour perché a quei festival sfilano attori, cantanti, imprenditori e stilisti... alla fine, però, tutti hanno i loro problemi e le loro gioie».
Il lavoro che svolge, però, richiede molta visibilità. Nelle ultime settimane, ogni volta che ho pronunciato il suo nome, quasi tutti hanno avuto parole di affetto nei suoi confronti. Gode di un’ottima reputazione.
«C’è un po’ di tutto. Sono arrivato a un punto della mia vita in cui preferirei rintanarmi in una grotta per un bel po’. Un giorno ti accorgi di avere 56 anni e di aver partecipato a un’infinità di eventi mondani. E la verità è che non so bene nemmeno io come sia successo».
Lo chef, però, ammette di aver ricevuto la sua dose di visibilità dopo aver «scritto per qualche serie tv, dato idee per film che un giorno vedranno la luce (o forse no), insegnato ad Harvard e al Mit, tenuto discorsi alla Nato in difesa della pace e cucinato nei miei ristoranti. Tutto questo oltre a essere padre, marito e amico, che è la cosa più importante. E, soprattutto, oltre alla mia ossessione di dare da mangiare. All’inizio lo facevo perché mi sembrava la cosa giusta, ma anche perché mi faceva sentire parte della comunità. Dopo il lavoro, se avevo un po’ di tempo libero, andavo a giocare a basket».
Nella sua ultima intervista a Vanity Fair si è definito «un po’ rinascimentale». In effetti, nel giro di due minuti mi ha parlato di dieci cose diverse».
«E ce ne sono altre. Le immersioni, per esempio, perché a volte bisogna spingersi nei luoghi più remoti per capire un po’ meglio il mondo. Immagini di trovarsi in un posto come le Isole Marshall. Va lì per scattare foto, fare immersioni in luoghi che dovrebbero essere magici... poi, all’improvviso, nota che il corallo è morto e sta scomparendo. Allora pensa: “Senza questo corallo non ci sarà vita marina e la pesca finirà per scomparire”. E inizia a capire. Io faccio tutto questo perché mi sono reso conto che si può fare una cosa e, allo stesso tempo, altre dieci. E che ogni esperienza può avere un effetto moltiplicatore».

Joe Biden, a gennaio 2025 gli consegna la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.
Tom Brenner/Getty ImagesDa dove nasce questo impulso a rimboccarsi le maniche?
«Penso sia stato un processo graduale. Quando avevo 23 anni e ho conosciuto il presidente Clinton, faceva il volontario anche lui. Ero lì insieme a tante altre persone, ed ero lì perché mi sentivo utile, perché imparavo, perché trascorrevo del tempo con persone che vivevano realtà diverse dalla mia. Spesso i soldi non sono mai soltanto soldi, eppure sono sempre soldi. Le crocchette di mia madre, per esempio, le preparava con gli avanzi di fine mese. Perché il frigorifero di casa nostra, come quello di molte altre famiglie, al 30 del mese arrivava praticamente vuoto. Ma per me era una festa, perché l’ultima settimana c’erano le crocchette, preparate con gli avanzi di pollo e prosciutto e mezzo uovo; e quelle crocchette erano leggendarie. Dei piatti di inizio mese non ne ricordo nessuno, mentre invece ricordo le crocchette e ricordo quella cucina. E pensa un po’: quarant’anni dopo, mi sarei ritrovato a condividere proprio quelle ricette a Washington. Che potevano essere utili anche a chi faticava ad arrivare a fine mese. Dopotutto, sono stato semplicemente il ponte tra ciò che facevano le mie nonne, mia madre, mio padre (perché a casa mia cucinavano tutti) e milioni di famiglie. Quindi non è che mi diano retta perché sono io: è che io offro una soluzione concreta a un problema concreto. Quanto a gestire ristoranti, sapevo a malapena come mandarne avanti uno. Avevo lavorato in posti eccellenti, ma quando, appunto a 23 anni, sono diventato chef ho pensato: “E adesso come si fa?”. Non ne avevo idea. Ma non c’era nessun altro e ho dovuto imparare. Mi sono reso conto di essere altrettanto bravo come le persone che avevo intorno, e che il mio compito non era fingere di sapere tutto. Ma era avere l’umiltà di riconoscere che non sapevo tutto. E oggi, a 57 anni, ancora di più».
Uno che conosce molto bene le sue origini è Ferran Adrià. Mi risponde al telefono da Barcellona: «José Andrés arriva a elBulli nel 1988. Poi si è trasferito negli Stati Uniti e all’inizio ci siamo un po’ persi di vista. Oggi la gente vede solo il successo della nostra cucina, ma a quel tempo, negli Stati Uniti, la gastronomia spagnola era praticamente sconosciuta, e lui ha lottato come un dannato. Alla fine degli anni ’90 riallacciamo i rapporti. Abbiamo realizzato cose meravigliose insieme. Per esempio, un corso ad Harvard su fisica, cucina e innovazione che esiste ancora oggi ed è il più seguito nella storia dell’università. La gente non si rende conto di chi sia José Andrés. Ha probabilmente la migliore rete di contatti di tutta la Spagna. Il carisma è importante, ma oltre a quello ha costruito un’organizzazione che, nel suo settore, è forse la più efficiente al mondo. Guida persone di altissimo livello e, quando succede una tragedia, arrivano spesso ancora prima dell’esercito».

Nel 2016 Barack Obama gli assegna la National Humanities Medal.
Alex Wong/Getty ImagesCorsi come quello di Harvard sono occasioni di divulgazione che l’hanno proiettato ben oltre la dimensione delle sue due stelle Michelin. C’è lo chef, l’imprenditore, il teorico e, sopra a tutti, l’uomo d’azione. Lui la riassume così: «La vita mi ha portato a trovarmi in determinate situazioni. Mi è capitato di parlare in posti importanti, anche se dico sempre che l’importante non è il discorso, ma sono gli stivali sul campo, essere dove c’è il problema. E credo che World Central Kitchen sia nata anche da questo. Mi sono reso conto che, durante le emergenze, non esistevano meccanismi efficaci per ripristinare una cosa tanto semplice come sfamare le persone. L’abbiamo visto con l’uragano Katrina. C’era uno stadio con 20 mila persone stipate dentro, e per più di una settimana nessuno ha portato loro né cibo né acqua. E io pensavo: “Eppure le città sono piene di ristoranti, di cuochi, di camerieri e di persone che vogliono dare una mano”. È stato allora che ho deciso di concentrarmi sul cibo e sull’acqua. Quando c’è un incendio si mandano i vigili del fuoco, se c’è un terremoto si mandano le squadre di soccorso. Ma se c’è da sfamare le persone, chi meglio di un cuoco?».
Quando pensa che il movimento abbia iniziato davvero a prendere slancio?
«È stata una cosa graduale. Quando sono andato ad Haiti per la prima volta con due meravigliosi “pazzi” (uno era un giornalista, l’altro un tizio ossessionato dalle cucine pulite), non sono andato per aiutare, ma per imparare. Anche se poi abbiamo finito per servire migliaia di pasti con Cesal, una ong molto attiva sul territorio. Grazie a loro mi sono reso conto che, in fondo, quello che facevamo non era poi così complicato: arrivare e dare da mangiare. Ecco perché, dopo le inondazioni del 2024 siamo andati anche a Valencia, dove la città ha dato una risposta straordinaria. Le persone sono scese in strada con enorme dignità e si sono messe ad aiutare. Senza di loro, le strade non sarebbero state ripulite così in fretta. E molti anziani sarebbero rimasti senza cibo, perché nessuno riusciva a salire al quarto o al quinto piano. World Central Kitchen era lì a fare quello che sappiamo fare meglio: mobilitare le persone, rispondere ai bisogni alimentari di un’infinità di piccoli centri e rendere semplice ciò che è difficile».
Qual è la parte più difficile di questo compito già di per sé complesso?
«Proprio oggi ho mandato un messaggio a tutto il nostro team a Gaza, dove abbiamo migliaia di persone al lavoro e decine di cucine e forni. Un messaggio difficile, perché stiamo riducendo il numero di pasti che serviamo perché non abbiamo più fondi. Allora pensi: “Davvero non possiamo spendere un po’ meno per distruggerci e un po’ di più per sfamare chi è ancora vivo?”. Si dice sempre che i popoli hanno i leader che si meritano. Io non ne sono così sicuro».
Le persone sono migliori dei loro politici?
«In generale, sì. A volte mi piace sedermi al tavolino di un bar, ordinare un caffè e osservare. Ti guardi intorno e vedi che i semafori funzionano, che ci sono spazzini che tengono pulita la città, che qualcuno raccoglie un pezzo di carta gettato a terra da un altro, che dei ragazzi aiutano un anziano ad attraversare la strada, che un’ambulanza sta cercando di salvare una vita o che delle insegnanti portano una classe a visitare un museo. Allora capisci che la società funziona grazie a migliaia di persone che ogni giorno fanno bene il proprio lavoro. Certo, possiamo fare di meglio. Ma dobbiamo anche ricordare che il potere è temporaneo e chi lo esercita è lì per servire, non per essere servito. Ci sono principi che dovrebbero prescindere dal partito politico al potere. Io sono molto contento, per esempio, che oggi negli Stati Uniti esista un movimento favorevole alla promozione di uno stile di vita più sano. Anni fa, Michelle Obama aveva promosso qualcosa di simile ed era stata molto criticata; oggi, misure analoghe vengono sostenute da posizioni ideologiche diverse. L’importante non è chi le propone, ma se sono valide».
Ha citato Obama. Pensa che prima o poi il Partito Democratico tornerà al potere?
«Sì. L’alternanza fa parte della salute di una democrazia. A casa mia non succede, perché comando io... col permesso di mia moglie. Lì sappiamo tutti chi ha l’ultima parola. Ma in politica l’alternanza è necessaria».
Non la preoccupa una possibile deriva autocratica degli Stati Uniti?
«Certo che mi preoccupa. Ma io spiego sempre la democrazia come una partita a Monopoli. Funziona perché tutti accettiamo delle regole. Se finisci su una casella, fai quello che devi fare. Se qualcuno inizia a barare, il gioco smette di funzionare. Con la democrazia è lo stesso: funziona solo se chi ha la responsabilità di far rispettare le regole è il primo a rispettarle. Oggi stiamo assistendo a processi che dovrebbero preoccuparci. Per me, però, non si tratta di una lotta tra destra e sinistra, ma tra chi vuole rispettare le regole del gioco e chi pensa di poterle violare. Spero che gli Stati Uniti riescano a superare questo momento, perché sarà un bene per il mondo intero».
Basta politica, mi parli del suo libro.
«In realtà ce ne sono diversi».
A quel punto, sul volto di José Andrés si accende un sorriso. Mi confida che gli è appena arrivata una prima edizione di Uomini e topi, di John Steinbeck, che maneggia con cura e mi mostra dall’altra parte dello schermo. Gli confesso di conoscere già questa sua passione, perché avevo letto che consigliava Furore. Subito dopo mi mostra due fumetti.
All’inizio non mi dicono niente, ma appena li apre riconosco in entrambi una sua caricatura.
Ma dai! Questa non la sapevo! «Non lo sa praticamente nessuno. Nel giro di un anno mi hanno dedicato due fumetti. Guardi questo», dice indicando un albo della DC Comics. «Si trova anche online. Ci sono vari riferimenti alla Spagna. Non penso siano molti i fumetti della DC pubblicati negli Stati Uniti in cui a un certo punto si inizia a parlare spagnolo. Ci sono io insieme a Batman e Wonder Woman, poi Clark Kent mi chiama perché vuole presentarmi al suo amico Aquaman. E siccome c’è gente da sfamare, dico ad Aquaman che bisogna pescare il pesce scorpione. Lui non vuole, ma quando gli spiego che si tratta di una specie invasiva cambia idea. Mi fa salire su un cavalluccio marino e mi porta a pescare sul fondale. E poi ho anche questo», prosegue, indicandone uno della Marvel, la concorrenza: «Qui appaio con Spider-Man, e lo aiuto a sconfiggere Electro. Poi arrivano Capitan America, Hulk, Falcon e altri personaggi. Da non crederci».
Più tardi, in un momento di confidenza, Patricia Fernández de la Cruz, la moglie di Andrés che tutti chiamano Tichi, mi confesserà che, tra tutti i traguardi raggiunti, questo è senza dubbio quello che lo inorgoglisce di più. «È la cosa migliore che gli sia capitata nella vita. Se gli chiedi di cosa va più fiero, ti parlerà dei fumetti. E sta già pensando a quando gliene dedicheranno altri».

Con la moglie Patricia Fernández de la Cruz.
Frazer Harrison/Getty ImagesStiamo parlando di un uomo che è intervenuto a Porto Rico dopo l’uragano Maria, che ha distribuito decine di milioni di pasti durante la pandemia di Covid-19, che si è precipitato a La Palma, nelle Canarie, dopo l’eruzione del vulcano, che è andato al confine tra Polonia e Ucraina dopo l’invasione russa, che è volato a Maui, nelle Hawaii, dopo gli incendi del 2023 e che continua a battersi per portare tutto l’aiuto possibile a Gaza. Tichi e le figlie vivono tutto questo con apprensione. «Soprattutto all’inizio. Il momento più difficile è stato Porto Rico. Quello ha segnato una svolta. Era partito e sembrava che non dovesse più tornare. È stato molto difficile per tutti. Poi l’abbiamo raggiunto per il Giorno del Ringraziamento e abbiamo capito meglio cos’era successo».
Le guerre, naturalmente, sono ancora peggio. «È un altro livello di pericolo. E oggi, col senno di poi, mi rendo conto di tutte le cose a cui le mie figlie hanno dovuto rinunciare: compleanni, feste, partite di calcio, tante sere senza il loro papà. Ma credo anche che, strada facendo, abbiano imparato a dare valore a quello che fa. Ognuno di noi ha fatto la sua parte», riflette Tichi. Lui, che ascolta dall’altro lato della stanza, si avvicina e puntualizza: «Senta, ieri hanno bombardato di nuovo uno dei nostri camion in Ucraina. E dopo tre ore, quei gran bastardi dei russi pubblicano il video del drone per trasformarti in un trofeo. Hanno colpito anche il convoglio dell’Onu che viaggiava con noi. Per fortuna non è successo niente, perché siamo ogni giorno più preparati. Però può succedere. Certo, se resti a casa tua non ti capita niente».
«Cos’è che fa di lui un leader?», chiedo a sua moglie e a sua figlia. «Non accetta un no come risposta. Nel bene e nel male», risponde Inés. «Sì, perché a volte è esasperante...», aggiunge Patricia. «In una discussione in famiglia dev’essere un incubo», penso ad alta voce. «È terribile», conferma Patricia. «Assolutamente. Ma è fonte di ispirazione per tutti. Perché vede oltre», continua Inés. «Noi vediamo solo i piccoli problemi che abbiamo davanti.
Lui guarda sempre verso l’orizzonte. E questo spesso ci fa dire: “Non ci avevo pensato in questi termini”. Ecco perché ci fidiamo tanto di lui. Perché ha un’energia fuori dal comune. Diciamo sempre che è caduto nel paiolo della pozione magica».
Grooming: Anita Bahramy. Guardaroba: Laura Hanna.
Questo articolo è pubblicato sul numero 33 di Vanity Fair in edicola fino all’11 agosto.
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