'Jaÿ-Z in 8' non è una serie ma un grande videopodcast sul rap

Non ve ne siete accorti che Jay-Z è tornato? Impossibile, Shawn Carter sta facendo di tutto pur di farvelo capire. Dopo 9 anni di silenzio nella carriera solista, e otto dal joint album con la moglie Beyoncé a nome The Carters, il 2026 è stato un anno molto attivo per il rapper di Brooklyn.

Prima di tutto, Carter è tornato a esibirsi dal vivo. Prima come headliner al Roots Picnic, il festival organizzato dai Roots, a Philadelphia, e poi con tre show speciali nella sua città, New York, nello Yankee Stadium, per festeggiare i 25 anni di The Blueprint e i 30 di Reasonable Doubt. Un festeggiamento che sta continuando con il Jay-Z 30 Tour, che lo ha portato a esibirsi per due date a Londra, una a Parigi e due a Los Angeles a fine ottobre. Era dal 2017, ovvero dai concerti in supporto al suo ultimo disco solista 4:44, che Jay-Z non intraprendeva un tour da solo. Nove anni fa, un’eternità. Ad agosto è poi arrivata anche la prima strofa inedita in anni per il remix di Morning Dew (Donk) di Beyoncé. Hov is back, per davvero.

Un periodo così artisticamente attivo per il rapper non lo si vedeva da un decennio. Normale quindi che iniziassero a circolare in rete notizie di un possibile nuovo album solista (già completato) di Hova. Notizia presto smentita dalla sua Roc Nation, che ha etichettato il rumor come «fake news». Ma è facile pensare che qualcosa bolli in pentola: se una cosa abbiamo imparato nei quasi 40 anni di carriera del rapper è che Jay-Z non fa nulla per caso, mai.

A questo ritorno, da oggi, si aggiunge un nuovo tassello: la docuserie Jaÿ-Z in 8 (sì, con la dieresi sulla «y» in onore della copertina di Reasonable Doubt) firmata da Rick Rubin e prodotta dallo stesso Rubin con Jay-Z. Inaugurata oggi in esclusiva streaming su Mubi con i primi due episodi (gli altri arriveranno a coppie ogni sabato fino al 10 ottobre), la serie vede i due artisti faccia a faccia in lunghe e fitte sessioni di dialogo. Il concept è semplice quanto efficace: Rick Rubin sceglie dei brani della discografia di Jay-Z, famosi e meno famosi (nei primi due episodi si passa da Can’t Knock the Hustle a I Love The Dough, il featuring con Notorious B.I.G., da What More Can I Say a Brooklyn’s Finest), che fungono da spunti di partenza per la conversazione. Registrato in due giornate differenti, ognuna delle quali copre 4 episodi, si passa dall’analisi dei testi di Jigga agli aneddoti della scena degli anni ’90, da confidenze intime (in particolare quelle legate al rapporto con il padre) a momenti di pura celebrazione artistica.

Esistono infatti due tipi di artisti. Ci sono quelli che mai ascolterebbero la propria musica davanti ad altre persone e quelli che invece ci godono. Jay-Z fa parte della seconda specie. Si congratula con Rubin per le scelte dei suoi brani, vibra sui propri beat muovendo la testa, esaltandosi, rappando le strofe con un orgoglio e una luce negli occhi che poco hanno a che fare con l’umiltà che tanto dimostra nei momenti dialogati. Dall’altro lato, Rubin è la spalla ideale. Per tutti gli episodi rimarca sempre quanto tutto sia «amazing», non lesinando sulla parola «genio». Sempre più nella parte di guru, di vibe man, Rubin è infatti la spalla ideale per l’egotrip di ogni artista. Fa domande (poche), preferendo però assecondare la narrazione e il monologo altrui.

Ma i due assieme funzionano perché, a guardarli, non c’entrano niente l’uno con l’altro, creando un cortocircuito intrigante come fu la loro prima collaborazione, quella 99 Problems diventata presto un pezzo cult del rap americano. Da un lato un nero dei projects, dall’altro un bianco ebreo di Long Island. Mentre Jay-Z sfoggia due differenti outfit, sempre perfetti, Rubin si presenta scalzo, con i pantaloncini corti e una maglietta. A vederli è come se nella splendida location in cui siedono ci siano due differenti climi: uno con la giacca, l’altro in pantaloncini. Un contrasto che aiuta a superare questi lunghi monologhi e dialoghi che superano le 6 ore di durata totale. E infatti questo è un po’ il problema del format: più che una serie, siamo di fronte a un videopodcast iper-prodotto.

JAŸ-Z IN 8 | Official Trailer | On MUBI September 19

Il formato sembra pensato proprio per trasformare il prodotto in una serie di reel in cui i due primi piani possono essere facilmente ritagliati in 9:16. Dalle perle di saggezza (o supposte tali) sull’arte del rap agli aneddoti personali sulla propria vita, ma anche su Biggie e Tupac, il tentativo di un racconto ispirazionale (l’hustler che diventa uno dei rapper più importanti di sempre) è il filo rosso che lega le otto puntate in perfetto stile videopodcast. La relazione tra i due è abbastanza vera da tirarci dentro la conversazione, ma il controllo sulla narrazione è così evidente che il raccontarsi come il rapper più grande (e umile) di sempre diventa spesso un esercizio di stile.

L’ambizione di Jaÿ-Z in 8 è trasformare questa conversazione in un dialogo quasi filosofico. Il problema è che l’autonarrazione non permette questo livello, visto che è lo stesso rapper a inciampare tra le sue dichiarazioni: Carter sostiene di avere un’incredibile etica del lavoro, salvo poi, poco dopo, ammettere che non prova per i tour fino all’ultimo giorno; spiega che non ascolta gli altri sulla scelta della propria musica per poi ammettere che è quello che è successo per The Black Album; dice che non gli piace essere un artista, fare interviste, parlare, ma poi si autoproduce questa serie in cui parla per gran parte delle 6 ore. E manca poi un vero dialogo: la voce di Jay non trova quasi mai un ostacolo, un contraddittorio. Nella mancanza di conflitto si perde la possibilità di andare oltre a quello che si è deciso di raccontare. Nulla viene messo in discussione. La verità è una e assoluta. «Non sono Dio ma sono stato creato dal suo stampo», rappava in Ain’t I. E così il dialogo perde spesso di peso.

Jaÿ-Z in 8 è un progetto comunque ambizioso che ricorda in un certo modo l’approccio di Hova avuto per il video di Picasso Baby: A Performance Art Film, in cui il rapper si rifaceva alla performance The Artist Is Present di Marina Abramović, che dava la sua benedizione presenziando e partecipando all’iniziativa. La visione di Jazzy rimane quella di elevare il ruolo del rapper e del rap, cercando di non tradirne il significato originale. Forse per questo ha smesso di rappare per così tanto tempo: perché il rap di oggi non dà più attenzione alla parola come lui ha fatto per tutta una carriera.

Gli episodi sono scanditi dalle tracce di Jay. Durante i brani, le parole dei suoi testi appaiono in sovraimpressione fino a occupare tutta la schermata. Spesso Rubin gli chiede di rappare la strofa, di spiegargliela, un modo per scoprire la complessità lessicale di un grande liricista come Carter. E questo diventa, per i fan, la cosa più intrigante di tutto il lavoro: come un video-spiegazione di Genius, ma in un bianco e nero d’autore.

Che Jay-Z sia tornato con questa cura nella comunicazione sembra un modo per il rapper di ristabilire la sua legacy dopo anni di silenzio personale, mentre attorno accuse di stupro, rumor sui coinvolgimenti nel malato sistema di Puff Daddy e dichiarazioni di avvocati prendevano il sopravvento sulla sua figura. Ora che tutti parlano di un altro rapper – Kendrick Lamar – come il più grande di tutti i tempi, Jay vuole ricordarci il suo valore come rapper ma, anche e soprattutto, come pioniere, come originator, per citare uno dei suoi brani cult del 1990. Lui era al fianco di Biggie, nella faida con Tupac, ovvero al centro della storia più importante che l’hip hop americano abbia mai avuto. Lui ha lanciato Kanye – l’artista black più importante degli ultimi 25 anni – dandogli spazio come producer prima, come rapper poi. Lui è stato il primo rapper nella storia ad avere 13 album al primo posto in classifica. Questa serie serve a ricordarci tutto questo, aggiungendo un livello umano e privato che dà tridimensionalità alla sua storia.

Jay-Z parla. Rick Rubin fa sì con la testa. Due sedie, un tavolo con un mixer. Due speaker. Un rapper, un produttore. Un imprenditore, un guru. In mezzo le parole. Nient’altro che tante, tantissime parole. Analizzate, scomposte, ricomposte. Rappate, recitate, citate. Siamo, a suo modo, nel rap nello stato primitivo, quello che Jay ha sempre modellato con una cura artigiana. Filosofia spiccia a parte (a volte si sfiorano momenti cringe, come quando Rubin spiega il potere della poesia), Jaÿ-Z in 8 è anche una lettera d’amore per il rap, al rap come arte che racconta la vita, la realtà. E questo, in un momento in cui il genere sembra essersi incastrato su se stesso, è un ottimo modo per ricordarsi quello che Jay-Z ha messo al centro della sua carriera nella musica: scrivere un testo rap è ancora un’opera d’arte.