Italia, cronaca di un disamore

E per fortuna che Mancini, dopo essersi magnato il vitello grasso fatto fuori per riaccoglierlo con tanto di paterno perdono, aveva già stilato la tabella: riprendiamo alla grande, ricominciamo a vincere e soprattutto imbamboliamo l’Italia di un amore irresistibile per la sua Nazionale. Non c’è come dirlo, sei già a tre quarti dell’opera: con un team che cura l’immagine e la comunicazione, con questi testi scritti dai Mogol della retorica tricolore, è un attimo. Difatti. Prima partita e dalle esequie si passa direttamente al funerale: Olimpico mezzo vuoto, dati di ascolto televisivi da lamette ai polsi (sempre grazie alla fattiva collaborazione del Dream Team di Stato, da Adani a Stramaccioni in postura addetti stampa di Saddam è tutta allegria), sinfonia di fischi finali da scuotere i Fori Imperiali (con tante grazie anche a Donnarumma, nuova bandiera, che ormai se non finisce col dito sotto al naso di qualcuno non sente d’essere capitano).

Il disamore dell'Italia per gli azzurri

Dice: è Roma cinica e ingrata. Ma quando mai: almeno fosse l’acidità di una piazza. Purtroppo è ben altro, molto di più: ormai è un sentimento popolare e collettivo che come in nessun altro caso riesce ad unire l’Italia spaccatissima su tutto, tipo Silvio Pellico e Ippolito Nievo. Ma alla rovescia. Anziché rimettere sempre alla console questi DJ del trullalero, che mettono su a gettone i dischi dell’amore viscerale, dei valori intramontabili, della passione trasversale, vedi proprio l’ultimo Mancini con la sua mistica del riscatto e del perdono, sarebbe finalmente il caso di prendere per buona la realtà e magari accettarla così com’è. La realtà vera ci spadella un brutale distacco, quasi un’abiura, dall’ideale nobile della Nazionale. È da un po’ che gli stessi club considerano la Nazionale una colossale seccatura, preferiscono una visita della Finanza alla convocazione dei propri giocatori, se proprio devono mollarli sperano che al più presto tornino indietro per il riacutizzarsi dell’elongazione. E la gente, la gente: la gente ormai tollera l’azzurro solo quando si vince, solo se arriva un trofeo, con gli Europei tutti a clacson spianati nelle fontane, ma poi quando gira male subito lontana, distante, risentita, con le tre eliminazioni dai Mondiali tutti a dare dei viziati, scommettitori, vuoti di cervello, rinnegati agli azzurri. Siamo a un millimetro dal punto di non ritorno: una volta il giocatore faceva il pavone dicendo che giocava in Nazionale, di questi tempi finirà che lo cancella dal curriculum, come Pietro prima del gallo, io in Nazionale, ma figurati, quando mai, mi confondi con un altro.

La 'concorrenza' di Sinner, Kimi Antonelli e Tamberi

Dice però Mancini, e chi ce l’ha (ri)messo, che presto o tardi porteremo a casa un trofeo e tutto tornerà come prima, il caloroso pubblico a fare la coda di fuori per un autografo e un selfie col campione, dai, fallo per il mio piccolo, ha il poster tuo appeso in camera, sa tutte le formazioni dal 1982. Forse ha ragione lui, forse basterà battere la Turchia per tornare all’enfasi patriottica del sentimento tricolore. Forse. In un modo o nell’altro, bisogna però fare in fretta. Fare sul serio. L’aria che tira è di un Paese ormai prossimo a girarsi dall’altra parte, magari verso i Sinner, verso i Kimi, verso i Gimbo. Come quando si chiude la stalla con i buoi già lontani, guardandoli voltarsi all’indietro in un chiaro gesto dell’ombrello.