Iran, Pezeshkian all’Onu mostra foto dei bimbi uccisi. La delegazione Usa se ne va
Parole di fuoco all'Onu, tappeti rossi alla Casa Bianca. Nel giro di ventiquattr'ore la diplomazia di Donald Trump ha cambiato registro, alternando la minaccia di «annientare» l'Iran e l'accoglienza in pompa magna per Xi Jinping. Due facce della stessa strategia, pensata per trattare da una posizione di forza, isolando Teheran nei corridoi e stringendo la Cina in un abbraccio formale, anche a costo di far storcere il naso all'ala più radicale del partito.
A New York, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha risposto con durezza alla prospettiva di scegliere fra un accordo e l'«annientamento» della Repubblica islamica, mentre dietro le quinte riprendeva il dialogo. Nella capitale, intanto, tutto era pronto per l'arrivo di Xi Jinping, accolto personalmente da Trump e atteso domani alla Casa Bianca con gli onori di una visita di Stato.
Il discorso
Pezeshkian è salito alla tribuna dell'Onu con il tono appassionato di chi non intende offrire l'immagine di un Paese sconfitto: «Abbiamo soltanto difeso noi stessi. Non siamo terroristi», ha detto, ribaltando contro Washington l'accusa pronunciata da Trump ventiquattr'ore prima. Poi ha mostrato le fotografie della guida suprema Ali Khamenei e dei bambini morti nei bombardamenti, trasformando l'Assemblea in un'aula d'accusa contro Stati Uniti e Israele. L'unico rappresentante americano presente ha lasciato la sala.
Dal podio, il presidente iraniano ha messo in chiaro la posizione di Teheran: «Il presidente Trump e coloro che cercano di intimidirci devono capire che siamo pronti al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, ma non accettiamo il linguaggio della forza». E sulla questione atomica ha aggiunto la richiesta di «niente armi nucleari, ma nessuna limitazione allo sviluppo di nuove tecnologie nucleari pacifiche», denunciando poi il doppio standard riservato a Israele e avvertendo che lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto senza il rispetto delle sette condizioni poste dal Paese. Parole che hanno suscitato reazioni immediate al Palazzo di Vetro anche dal nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha commentato: «Il discorso di Teheran è stato molto duro. Bisogna usare toni meno duri. Devono rinunciare alla bomba atomica».
Il vero contrappunto al discorso si consumava intanto nei corridoi. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha incontrato per tre ore l'inviato di Trump, Steve Witkoff, con la mediazione del Qatar. La Casa Bianca ha descritto il colloquio come «produttivo», ma non è emerso alcun accordo, mentre Teheran chiede la fine degli attacchi e dell'assedio navale, lo sblocco dei fondi iraniani e garanzie su Hormuz. Il faccia a faccia ha però scatenato i Pasdaran. Tasnim, l'agenzia vicina ai Guardiani della rivoluzione, ha sostenuto che Araghchi avrebbe agito senza coordinarsi con il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e gli ha chiesto conto di «un grande errore» contrario agli interessi del Paese. È la misura delle tensioni interne al regime: da una parte Araghchi, che ha riaperto il canale con Washington, dall'altra i Pasdaran, che contestano qualsiasi segnale di cedimento.
Witkoff e Jared Kushner hanno partecipato anche alla riunione del Board of Peace per Gaza, che ha presentato un piano semestrale da 2,45 miliardi di dollari per 66 progetti, da alloggi provvisori a ospedali e la ripresa economica.
Da New York, nel pomeriggio l'attenzione si è spostata su Washington. Xi è arrivato con la moglie Peng Liyuan alla base di Andrews, dove Trump ha scelto di accoglierlo personalmente, gesto raro per un presidente americano. Oggi seguiranno cerimonia, guardia d'onore, ventuno salve di cannone, colloqui e fastosa cena di Stato. Washington e Pechino hanno negoziato per settimane persino la definizione della visita, con Xi che voleva il rango più alto del cerimoniale e una replica dell'accoglienza riservata a Trump a Pechino in maggio.
L'accoglienza
Per il leader cinese, la scenografia ha un valore interno. Essere ricevuto da pari a pari dalla maggiore potenza mondiale rafforza la sua immagine mentre l'economia rallenta, un'epurazione scuote i vertici militari e si avvicina il congresso del Partito comunista. Anche Trump punta alle immagini e alla stabilità prima delle elezioni, senza aspettarsi grandi concessioni su Taiwan, semiconduttori, terre rare e Iran.
Il tappeto rosso provoca però malumori nell'area MAGA e fra gli strateghi repubblicani. La cena sontuosa per il capo del più grande Partito comunista del mondo contraddice la campagna contro il «pericolo comunista» e arriva mentre gli americani fanno i conti con il carovita: «La gente vuole sapere se ti stai occupando di lei», ha osservato un esponente repubblicano vicino alla Casa Bianca.
Il risultato più concreto di questo grande appuntamento potrebbe essere la creazione di un meccanismo di allarme fra Washington e Pechino per segnalarsi incidenti dell'intelligenza artificiale capaci di minacciare la sicurezza nazionale. Sarebbe una sorta di telefono rosso digitale fra le due maggiori potenze dell'IA, ed è in discussione fra le due capitali. Non risolverebbe la competizione tecnologica, ma potrebbe impedire che un guasto, un attacco o un sistema fuori controllo trasformino la rivalità in una crisi.
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