Iran, l’ipotesi di un attacco a sorpresa degli Usa: il piano di Trump contro la crisi economica (e i sondaggi a picco)

Cresce l'impressione a Washington che si tornerà presto ai bombardamenti su larga scala dell'Iran. Il presidente Trump ha respinto la proposta di una nuova tregua che riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, convinto che non otterrebbe nulla di concreto dalle trattative sul tema del nucleare. Ora si parla di una ripresa degli attacchi dopo le elezioni di medio termine di inizio novembre.

È il risultato della situazione difficile in cui si è cacciato il presidente americano: una guerra che doveva durare poco, rovesciare il regime e ottenere il controllo di nuove risorse energetiche ha prodotto invece un Iran più aggressivo e fiducioso nella possibilità di estendere la propria influenza sul Medio Oriente.

Per ora sono solo minacce, e gli scettici fanno notare tutti i rischi connessi: la carenza di munizioni, l'opposizione nelle istituzioni a un allargamento delle operazioni e l'ulteriore aggravamento delle difficoltà economiche provocate dal conflitto negli ultimi sette mesi. Nella politica interna, la situazione per i repubblicani continua a peggiorare. Da 15 giorni i prezzi di benzina e diesel salgono di nuovo, e i sondaggi si muovono nella direzione inversa.

Quasi sicuri del controllo della Camera dei rappresentanti, i democratici passano in testa anche per il Senato. Per cercare di salvarsi, alcuni repubblicani cominciano a distanziarsi dal presidente, criticandolo su più fronti. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, ma è improbabile che questo abbia un effetto significativo sulle preferenze.

Allora si apre la domanda più importante: se la sconfitta nelle mid-term è già scritta - al netto dei tentativi di manipolare il voto con purghe delle liste elettorali e possibili agenti armati alle urne - potrebbe il presidente decidere di ignorare gli effetti della guerra a livello interno? Difficile credere che Trump non pensi all'aspetto politico, come afferma, ma, vista la storia recente, bisogna considerare la possibilità che stia mettendo in atto una cortina di fumo per mascherare le prossime mosse.

Già due volte gli Usa hanno attaccato l'Iran a trattative aperte, in anticipo rispetto alla scadenza annunciata pubblicamente. Non sarebbe una sorpresa se Trump lo facesse ancora, magari con una raffica di bombardamenti nel breve periodo per dimostrare la sua determinazione.

Nella filosofia del tycoon è meglio sempre essere all'attacco, anche quando manca una chiara strada verso la vittoria. Nella pratica, significa non telegrafare le proprie mosse all'avversario. Buona parte del partito repubblicano è contraria, così come la grande maggioranza dell'opinione pubblica. Tra i consiglieri della Casa Bianca solo una piccola minoranza vuole andare fino in fondo contro l'Iran, obiettivo di lunga data che rischia di svanire a causa delle difficoltà incontrate finora.

Questi vogliono convincere Trump che un'azione decisiva porterebbe a un successo strategico, e quindi anche a effetti positivi sulla politica interna. Non si può escludere che il presidente si faccia convincere ancora una volta a negare la realtà e a danneggiare ulteriormente le sue prospettive politiche.

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