Inquinamento da guerra: la terra non dimentica
I trattati fermano gli uomini, ma non i veleni. Da Gaza all’Ucraina, l’inquinamento da guerra distrugge l’ambiente e il nostro futuro.
Non è che la guerra finisce quando smettono di sparare. Magari fosse così semplice. Noi umani facciamo la pace, firmiamo le carte, ci stringiamo la mano. Il dovere, la giustizia, lo scampato pericolo. Ma la terra, lei, non firma niente. Lei incassa. Assorbe. E la sua è una memoria inesorabile, scritta nell’acqua e nel fango. Il rumore smette, l’uomo se ne va, eppure il veleno comincia a lavorare. Lento. Perfetto.
Tu pensa all’aria. Se ti metti lì, con cura infinita, a calcolare le emissioni globali di gas serra, scopri una roba che ti lascia interdetto. Su 53,2 miliardi di tonnellate buttate nel cielo, il 5,5% lo sputa fuori il comparto militare. È come se gli eserciti, messi tutti insieme, fossero una nazione. Una nazione immensa, buia, senza confini, fatta solo di motori, lamiere e kerosene. Sarebbe il quarto o quinto Paese più inquinante del mondo. Prima c’è la Cina, col suo 32%, poi gli Stati Uniti col 12%, l’India con l’8%, l’Europa al 6%. E poi loro. L’impero invisibile che respira veleno.
E poi c’è il suolo. C’è questo posto, in Francia. La foresta di Verdun. Place à Gaz, la chiamano. Cent’anni fa ci si sono scannati, tedeschi e francesi. Cent’anni. La gente è sparita, le epoche sono scivolate via. Eppure, se prendi un chilo di terra europea normale, ci trovi cinque o sei milligrammi di arsenico. Lì, in quella foresta muta, ne hanno misurati 175.907 milligrammi. Il 17,5% di quel suolo è puro arsenico. Trentacinquemila volte la media. È come una sentinella – questo bisogna capirlo – piantata lì a difendere il ricordo della nostra follia.
Non è roba vecchia, purtroppo. L’impatto ambientale dei conflitti si ripete, ostinato. Guarda Gaza. I satelliti da lassù vedono 61 milioni di tonnellate di macerie. L’equivalente di dieci piramidi di Cheope, ma costruite con polvere, amianto, metalli pesanti e vite sgretolate. Toglierle costerebbe quasi due miliardi di dollari. Ma è quello che non si vede, che ti frega. Sessantamila metri cubi di liquami finiscono ogni giorno sottoterra, al buio, inquinando il 97% dell’unica falda acquifera rimasta. Duemila siti agricoli cancellati.
Il veleno scivola, ha questa pazienza infinita. A Sarajevo, tra il ’94 e il ’95, i caccia NATO hanno buttato giù tremila chili di proiettili all’uranio impoverito. Vent’anni dopo, la chimica ambientale è andata a misurare la terra dei parchi giochi. Lì dove corrono i bambini, c’erano fino a 48 milligrammi di piombo per chilo. A Falluja, in Iraq, hanno usato il fosforo bianco. Una sostanza che brucia a 816 gradi, riducendo in cenere tutto, e poi, depositandosi, si fa acido. Risultato? Tumori aumentati di quattro volte. Tumori infantili, moltiplicati per dodici.
Poi succede che l’uomo si metta a scavare, o a distruggere l’acqua. In Ucraina salta la diga di Kakhovka. Se ne vanno 16,4 chilometri cubi d’acqua in poche ore. Il bacino si prosciuga, e sul fondale restano ottantatremila tonnellate di metalli pesanti. Una bomba a orologeria che aspetta solo la pioggia per scivolare nel mare. Nel Sudan lacerato, per pagarsi la guerra, cercano l’oro. Usano il mercurio, lo bruciano. Arrivano le alluvioni e il veleno scende nel Nilo, spaccando il sistema neurologico dei bambini che lo respirano.
Ma la cosa che ti disarma, il guizzo assurdo del destino, è in Colombia. C’erano i guerriglieri delle FARC, nascosti nella foresta amazzonica. Per non farsi bombardare dal cielo, costringevano i contadini a salvare la copertura degli alberi. Facevano da scudo, le foglie. Poi arriva il 2016. La pace. Bellissimo, no? Scampato pericolo. Invece no. Sparito il controllo armato, l’anno dopo hanno disboscato 219.973 ettari. Trentacinque campi da calcio ogni ora. Un milione e duecentomila ettari persi nel decennio successivo, per far posto alle vacche e alla coca. Più 43% solo nel 2024. Se le dai tempo, alla vita, si rigira in un modo strano: a volte è proprio la pace a uccidere la natura.
Accadono cose, però, che sembrano risposte della vita. Ci sono persone, nei tribunali del mondo, che cominciano a pronunciare una parola nuova per arginare i cambiamenti climatici e la guerra. La chiamano ecocidio. Vogliono farlo diventare un crimine. Noi, in Italia, da poco abbiamo messo nella Costituzione 12 paroline per proteggere l’ecosistema nell’interesse delle “future generazioni”. Gente che non c’è ancora. Ma chi ha capito tutto, chi ha visto la musica dietro le cose, sono stati in Ecuador. Loro hanno fatto una cosa vertiginosa. Hanno scritto nella Costituzione che la natura è un soggetto di diritti. Le hanno dato il nome che usavano i popoli antichi, Pachamama, la Madre Terra. E le hanno riconosciuto il diritto, immenso e limpido, di esistere e rigenerarsi.
Che poi è l’unica cosa vera che ci resta da sperare, per salvarci.