Indagata per furto, chiede la cittadinanza. Nonostante l'archiviazione il Tar dice no: «Non c'è integrazione nella comunità»
PADOVA - Non solo la conoscenza della lingua italiana, che dev’esserci per legge. Ma anche l’integrazione fattiva nella comunità della quale si chiede di fare parte e che non ci può essere se il passato del richiedente racconta inchieste giudiziarie per furto. E poco importa, oltretutto, se quelle accuse sono state archiviate dal punto di vista penale: l’indole quella è.
È così che la sezione Quinta Bis del Tar del Lazio ha respinto il ricorso di una donna dell’Est Europa, residente a Limena, contro la bocciatura della richiesta di ottenere la cittadinanza italiana che gli era stata negata dallo Stato proprio per un’inchiesta nella quale lei era stata coinvolta con l’accusa di furto.
Nel rimandare al mittente il ricorso, il Tar del Lazio scrive che la donna, per quanto le era stato contestato, dimostra un’indole che non le permette di “assumersi i doveri di solidarietà socio-economica nei confronti della Comunità politica cui chiede di essere ammessa, sia per la tipologia di reato (che mette a repentaglio il patrimonio privato) oltre ad essere sintomatico di scarsa propensione a contribuire allo sviluppo economico, sia per la sua prossimità temporale alla richiesta di cittadinanza, nel caso di specie presentata nel 2019”.
I fatti
Il 28 febbraio 2019 la donna chiede al Comune di Limena di diventare cittadina italiana. Gli accertamenti da parte dei funzionari del Municipio portano alla luce una nota dei carabinieri nella quale datata 17 luglio 2021 con la quale viene segnalata come indagata all’interno di un’inchiesta per furto. È quella la zavorra che il 14 maggio 2024 porta il ministero dell’Interno a respingere l’istanza di concessione della cittadinanza.
A notifica ricevuta, gli avvocati della donna giocano la carta dell’archiviazione dell’indagine emessa dal gip di Padova il 3 novembre 2021 per la tenuità del fatto, che comunque c’era stato. È così che si finisce di fronte al Tar, che il 24 giugno scorso si riunisce per decidere la causa.
La sentenza
A camera di consiglio conclusa, le cose però non cambiano e il respingimento della concessione della cittadinanza rimane.
Per i giudici amministrativi. Nonostante l’archiviazione ottenuta, il solo fatto che la donna sia finita al centro dell’indagine dimostra “un chiaro indice sintomatico di inaffidabilità e di non compiuta integrazione nella comunità nazionale, anche perché ricadente nel “periodo di osservazione”, rilevante (che va dal decennio anteriore alla domanda fino alla data del giuramento) in cui devono essere maturati i requisiti per la concessione dello status, compreso quello dell’irreprensibilità della condotta”.
Per il Tar si tratta quindi di una “fattispecie delittuosa indicativa di un’indole refrattaria al rispetto di diritti costituzionali o di rango primario nella titolarità delle altre persone che compongono la comunità sociale di riferimento dello straniero”.
La valenza sociale
Ma perché l’archiviazione non ha potuto abbattere l’ostacolo? I giudici parlano qui di una “pluriqualificazione” del fatto giuridico, per cui lo stesso comportamento può assumere diversa rilevanza, sul piano penale, civile, fiscale, amministrativo, a seconda dei settori d’azione, delle materie e delle finalità perseguite poiché simile scrutinio si pone su un piano differente e autonomo rispetto alla valutazione dello stesso fatto ai fini dell’accertamento di una responsabilità penale”. E una sola inchiesta, per la cittadinanza, basta.
Perché ha, comunque, un risvolto sociale.
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