Il senso di Gesuino Némus per le parole raccontate bene - L'Unione Sarda.it
Sardegna 1970. Una corriera parte da Telévras alla volta di Cagliari. Paolo VI è in visita nel Capoluogo. Sul pullman tra i fedeli ci sono anche Gesuino e Cecilia, due bambini in viaggio per portare un messaggio al Papa. Un delitto li separerà per decenni, fino a che il ritorno della protagonista, dopo cinquant’anni, riaprirà e risolverà il caso. Gesuino Némus presenterà il suo ultimo romanzo “La bambina che vide gli occhi di Dio” (Elliot), domani alle 19 a Cagliari, a Casa Clàt, in viale Regina Mrgherita. E poi sarà, per il Club Jane Austen, giovedì 16 a Tortolì e il 21 luglio a Villasor. Ancora: sabato 18 ad Alghero per “Dall’altra parte del mare”, il 23 a Cagliari per Mieleamaro, il 26 a Quartu per “Arcipelaghi Letterari”, e il 29 a Santa Lucia di Siniscola per “Dialoghi con l’autore”.
Nato a Jerzu, nel 1958, Gesuino Némus è in realtà il nom de plume di Matteo Locci. Dopo innumerevoli mestieri, ha esordito nella narrativa nel 2015 con “La teologia del cinghiale”, aggiudicandosi il Premio Campiello nella sezione Opera Prima, arrivando in finale al Premio Bancarella e vincendo il Premio John Fante Opera Prima. Con il suo secondo romanzo, “I bambini sardi non piangono mai”, pubblicato l’anno successivo, ha vinto la XVII edizione del Premio Fedeli. Con “L’Eresia del Cannonau” ha conquistato nel 2020 il Premio Eno-letterario Vermentino.
Nel suo romanzo nessuno dà importanza alla missiva che Cecilia deve dare al Pontefice. Gesuino invece le crede e per tutta la sua vita non la dimenticherà, perché?
«Gesuino è un minus habens, una persona esclusa da tutti trova conforto nel fatto che questa bambina gli sorrida, lo tenga per mano durante la visita, e non lo tratti come un balbuziente, come una persona che scappa da scuola, che non ha fatto neanche le elementari. Le si affeziona e la cercherà per tutta la vita perché sa che è incapace di mentire».
Un viaggio in pullman ma anche un viaggio, lunghissimo, nel tempo. Qual è il periodo di questo romanzo che Gesuino Némus autore e Gesuino Nèmus protagonista del libro amano particolarmente?
«Il mio periodo preferito è la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 che trascorro a Milano dopo l’esperienza romana. La Milano dei concerti a San Siro come quello di Bob Marley nel 1980. Gesuino assiste ad altri aventi, ama il 1982, l’anno dei mondiali. Negli anni ‘80 si è evoluto culturalmente ha imparato a leggere e a scrivere cerca un minimo di socialità pur passando da una clinica psichiatrica all’altra».
Il tema della salute mentale è sempre presente nei suoi romanzi.
«Sì, è importantissimo, io l’affronto in maniera molto ironica e molto soft, so che dietro c’è molto dolore però ci sono anche forme di bizzarria abbastanza divertenti. Gesuino non è incline all’ipocondria né all’autocommiserazione vede sempre il lato comico così come chiunque leggerà il libro troverà una follia veramente da ridere».
Ne “La bambina che vide gli occhi di Dio” il passato e il presente si intrecciano. Che rapporto ha Gesuino Némus con la nostalgia?
«La nostalgia è fondamentale, è la molla della mia narrazione, della narrazione della nostra generazione, chi ha la mia età (68 anni ndr) sa di cosa parlo: di una realtà quasi sempre povera. Di fatto però ritengo importante uscire dal racconto di una Sardegna sempre considerata ancestrale, magica, piena di misteri e di riti tribali».
I suoi romanzi vengono definiti gialli, e lei un giallista, ma non è affatto così.
«Non lo sono! L’omicidio nei miei libri è un pretesto, un escamotage per parlare di noi. Tracciare un ritratto di quello che eravamo negli anni ‘70 e di quello che siamo ancora oggi. In questo romanzo non ci sono vere indagini, non c’è nessun indizio che porta alla soluzione finale, non c’è un tintinnar di manette. In generale nei miei libri il sapere popolare arriva sempre prima del sapere giuridico».
Nel suo penultimo romanzo “La donna che uccideva le fate”, il maresciallo Tigassu e il dottor Vantini stanno leggendo la costa dei romanzi della libreria di Gesuino Némus tra questi c’è anche La bambina che vide gli occhi di Dio. Questo è un gioco che lei fa sempre con i lettori, celare tra le pagine del romanzo il titolo di quello successivo, tranne in questo. Ma sta comunque scrivendo qualcosa di nuovo?
«È vero, metto un’anticipazione in tutti i romanzi. In questo non c’è apposta, è volutamente in sospeso».
E poi sorride. «Ma sì, sono al lavoro su una nuova storia».
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