Il razzismo quotidiano figlio di una politica incapace: la mia disavventura nell'asl di Bari

Il razzismo quotidiano figlio di una politica incapace: la mia disavventura nell’asl di Bari

di Rosamaria Fumarola

Anche oggi, come spesso accade, per il disbrigo di talune pratiche, mi sono recata in una delle asl territoriali della mia città, Bari. Trovando una seduta libera, l’ho occupata in attesa del mio turno. La sala era gremita. Ho tirato fuori lo smartphone ed ho letto le notifiche e le mail. Alcuni però, accusando chi aveva raggiunto lo sportello di perdere tempo o il dipendente di essere lento o svogliato, hanno cominciato a perdere la pazienza.

Dopo aver osservato la scena consumatasi alle mie spalle mi sono girata sulla sedia e sono tornata alla lettura delle mail. Al mio fianco era seduto un ragazzo di colore. La sala si svuotava con una lentezza insopportabile e quanti erano tenuti ad assicurare l’ordine, anziché placare gli animi si univano al dissenso. Proprio uno di questi dipendenti, parlando senza preoccuparsi nemmeno di mantenere basso il tono della voce, ha esordito in dialetto barese: “Ma non zo tutt sti stranire che venene do? Ce venene affà? Non fatigane manghe!” (Ma non è tutta colpa di questi stranieri che arrivano? Che vengono a fare? Non lavorano nemmeno!)

Io ho continuato a dare le spalle al signore, che ha proseguito: “Tutt l’ razz stonn: l’gnore, l’rumene, l’giorgiane, chedd che fascene l’badand e frechen l’ terris a li vicchie. Chess vicin o’ gnore, ch’ le capidd biond ava esse na giorgian” (Ci sono tutte le razze: i neri, i rumeni, le georgiane che fanno le badanti e derubano i vecchi. Questa vicino al nero, con i capelli biondi dev’essere una georgiana) Subito dopo ho avvertito un colpo, come di piede ed in effetti non mi sbagliavo: l’addetto all’ordine aveva sferrato un calcio al cardine su cui poggiava la mia sedia. È stato a questo punto che mi sono girata, avendo io i capelli biondi ed essendo seduta di fianco al ragazzo di colore ed ho guardato dritto negli occhi la coppia, che fino a poco prima mi parlava alle spalle. Si trattava di una signora sulla quarantina, che mi guardava con un sorriso di scherno e dell’addetto all’ordine, un uomo sui trent’anni con occhiali dalle lenti sfumate, che impedivano di coglierne lo sguardo.

Quando li ho fissati hanno smesso di parlare per un attimo, guardandomi a loro volta. Rivolgendomi alla signora ho detto di non essere georgiana, ma di essere italiana e lei, non più in dialetto mi ha risposto: “E che ne so io? Lui ha detto che le georgiane sono bionde com’ a voi!”. In tutto questo il ragazzo di colore aveva finto di non accorgersi del calcio inferto al sedile e guardava davanti a sé senza nessuna espressione sul volto, come un adolescente interrogato a scuola, che non ha fatto i compiti. Avevo in mano la mia carta d’identità ed è stato in quel momento che la paura mi ha fatto fare ciò che in condizioni normali né avrei voluto, né avrei dovuto fare e cioè mostrare il documento che comprovava il mio essere italiana, gesto che ha palesato tutta la debolezza, che la paura dell’addetto con gli occhiali sfumati aveva fatto emergere.

Non proseguirò oltre nel racconto del pomeriggio.

Ritengo tuttavia doverosa una riflessione, che riguarda il particolare momento storico che stiamo attraversando. In Occidente, il cittadino vessato considera responsabile della propria condizione altri, come lui schiacciati, che certa politica gli fa credere essere colpevoli di sottrarre risorse che altrimenti sarebbero a lui destinate. Nella vicenda che ho narrato emerge con tutta evidenza che i cittadini presenti ritenevano gli stranieri emigrati in città essere l’origine di tutti i loro mali. Da sempre questo espediente demagogico viene utilizzato da politici incapaci, per mascherare le proprie inadempienze.

Tutto ciò mi fa ritornare con amarezza alla mente una frase che il regista Alan Parker nel film premio Oscar Mississippi burning fa dire ad uno dei protagonisti e che recita più o meno così: “Che americano è uno che, tornando a casa, non ha nemmeno un negro da picchiare?”.

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