Il progetto folle di DAU, il vero "Truman Show" colpisce la Mostra del Cinema

10 settembre 2026 | 14:13

Il progetto folle di DAU, il vero “Truman Show” colpisce la Mostra del Cinema

Il regista russo Ilya Khrzhanovsky tra il 2008 e il 2011 girò circa 700 ore di pellicola in una struttura di Kharkiv ispirata a un centro di ricerca sovietico

In una piovosa Venezia è stata finalmente la giornata dell’attesissimo DAU di Ilya Khrzhanovsky. Un film fiume (196 minuti con una pausa di 15 in mezzo) frutto di un progetto titanico che travalica il cinema. È una sorta di Oppenheimer all’opposto. Si racconta infatti la vita del premio Nobel Lev Landau e del gruppo di fisici costretti dal governo a sviluppare il programma atomico. A differenza del film di Nolan i dibattiti tra i personaggi non sono incentrati sulla scienza, ma su etica, politica, filosofia e sulle conseguenze che il loro genio potrebbe avere sulla storia dell’umanità. Ci sono almeno 4-5 inquadrature che non si dimenticheranno mai (come un dialogo con dei personaggi che camminano su una rete che li fa sembrare sospesi in cielo in una dimensione sospesa tra spazio e tempo). Dopo la prima ora e mezza la regia perde completamente le redini proponendo un proseguimento sfidante fino ad essere inaccessibile. Si perde di compattezza fino a rendere quasi impossibile seguire la trama. Khrzhanovsky evita di fare tutto quello che si dovrebbe per proporre un buon film agli spettatori.

Poco importa però, perché il progetto DAU trova la sua ragione più nel modo in cui è stato prodotto che nel vero risultato. Tutto parte da un reale esperimento in stile The Truman Show. Siamo a metà tra il cinema, la video arte e gli esperimenti sociali, architettonici, psicologici. Nel 2005 a Kharkiv venne costruito l’Institute, un enorme complesso di circa 12.000 m², ispirato all’istituto di ricerca dove lavorò Lev Landau. Il progetto divenne talmente enorme che iniziò ad avere vita propria. 300 comparse sono state pagate per tre anni per vivere sul set come se fosse una città reale. Tutto fu ricostruito sulla base di vari periodi storici a partire dal 1938. La città era funzionante: venne coniata la moneta dell’epoca, l’accesso tecnologico era limitato a quello presente in quegli anni così anche i costumi, le abitazioni. Una simulazione totale che poteva essere visitata. Chi entrava veniva spogliato di ogni elemento moderno e diventava un cittadino. Tra i visitatori ci fu anche Marina Abramović, presente anche sul red carpet del film.

Tra il 2008 e il 2011 Khrzhanovsky girò circa 700 ore di pellicola all’interno della struttura che sono poi diventate 13 film. Quello presentato alla mostra è il centro di questo ambizioso esperimento metanarrativo. DAU è stato accusato dal ministero degli Esteri di Kiev di essere legato alle «reti di influenza» dello stato russo. In realtà, come sottolineato dal direttore della mostra Alberto Barbera il film è una coproduzione tra Francia e Svezia. Il regista stesso è un dissidente senza più la cittadinanza russa.

Meno ambiziosi, ma più favorevoli al pubblico sono Un bon petit soldat con cui Stéphane Brizé ritorna a raccontare il mondo del lavoro con Alba Rohrwacher e Vincent Lindon e Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis. Il primo continua il cinema sociale di Brizé sul mondo del lavoro. Sotto accusa è l’ipocrisia delle aziende che spingono verso un’immagine pubblica sempre più accogliente, inclusiva e attenta alla persona, salvo poi essere schiacciate all’interno da dinamiche di potere che impediscono ogni dissenso. Un bellissimo film, come ci si aspettava.

Il secondo è una sorpresa: tratto dal libro di Antonio Franchini racconta con tono tragicomico il Natale di una famiglia. Antonio è fuggito da anni da Napoli e si è costruito una famiglia a Milano. Accoglie sua mamma Angela in casa per i festeggiamenti. Lei, interpretata da Vanessa Scalera, ha il fuoco dentro. È rabbiosa, difficile, ostile. Le premesse sono chiare: questo Natale sarà un disastro. Come una sorta di The Bear in salsa italiana (o meglio in frittura) De Angelis cucina una commedia a tinte drammatiche potentissima. Scalera entra nel personaggio reggendo su di sé il film che riesce ad alternare ironia con i sentimenti profondi che attraversano la famiglia, mostrando sia le brutture che il bello. Sarà una coppa volpi come miglior attrice?