Il premio Nobel Muhammad Yunus a Napoli: «Parte il distretto dell’innovazione sociale»
Economista bangladese premio Nobel per la Pace 2006, Muhammad Yunus, soprannominato il «banchiere dei poveri» per aver inventato giusto cinquant’anni fa con la sua Grameen Bank il microcredito (prestiti da un dollaro), è stato ieri a Napoli per lanciare il suo primo progetto di «social business» in Italia. L’atto di nascita è stato firmato nella sede ai Quartieri spagnoli di Foqus, che coordinerà l’iniziativa, capofila di quello che è stato battezzato il Distretto dell'innovazione sociale del Mediterraneo. Saranno coinvolti, oltre Napoli, anche Potenza e Palermo. A investire sono aziende virtuose e organizzazioni che promuovono progetti per il sociale come Dalla Parte dei Bambini e il consorzio Genera – 3Zero. Tra i firmatari anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, secondo il quale «questa è un’occasione per far crescere nella direzione giusta la nostra comunità grazie a imprese che guardano alle persone prima che al profitto». Ad accogliere Yunus anche il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia.
Il premio Nobel Yunus: «Il capitalismo non ha fiducia»
Come spiegare il «social business», Yunus?
«È un modello d'impresa senza scopo di lucro e autosostenibile. Il suo obiettivo è risolvere problemi sociali e ambientali, impegnandosi con tutti i mezzi contro povertà e crisi climatica. Gli investitori rientrano del capitale investito mentre i profitti generati vengono reinvestiti per creare nuovi posti di lavoro, fare formazione, mettere su nuove imprese per un ulteriore sviluppo sociale. Si tratta di un modello d'impresa che utilizza gli strumenti dell'economia di mercato ma ribalta la logica tradizionale del profitto».
Un progetto che nasce a Napoli ma guarda al Mezzogiorno, e non solo.
«Napoli si è dimostrata una città molto altruista. Il direttore di Foqus, Renato Quaglia, è venuto spesso a trovarmi in Bangladesh per parlarmi di questo progetto. Ne abbiamo discusso a lungo e in diverse occasioni e finalmente abbiamo trovato la quadra. Il distretto ha progetti che prenderanno forma nei prossimi tre anni. Applicare al Mezzogiorno un nuovo modello di impresa sociale può contribuire a liberarne il potenziale inespresso, consentendo alle persone, soprattutto giovani, donne, immigrati e persone vulnerabili, di diventare creatori di soluzioni, anziché destinatari passivi di assistenza».
Operazione difficile, però.
«Le difficoltà non fermano le persone che credono in quello che fanno e diventano protagonisti del cambiamento. Può essere un pensiero semplice, ma ha una portata rivoluzionaria».
Che rispecchia perfettamente la sua filosofia.
«Sono da sempre convinto che le comunità con più bisogni e meno ricche, che stiano in Asia o in Europa non importa, non dovrebbero essere considerate solo come luoghi di bisogno o dipendenza, ma come laboratori di creatività, iniziativa e potenziale umano inespresso».
Facciamo qualche esempio concreto di ciò che succederà?
«Abbiamo firmato un protocollo che prevede la nascita di quattordici nuove imprese sociali, promosse soprattutto da giovani, donne e persone in condizioni di fragilità. A Napoli sarà creata, tra le altre, una manifattura del cioccolato gestita da giovani con autismo, sindrome di Down e disturbi psicotici; un sistema di sanità di prossimità con telemedicina; una lavanderia e una sartoria sociale affidata a donne immigrate; un nuovo spazio museale immersivo dedicato ai Quartieri Spagnoli. A Potenza nascerà una comunità energetica rinnovabile che trasformerà i residenti in produttori e consumatori di energia. A Palermo, in tre quartieri del centro storico nascerà invece un ecosistema integrato di imprese educative e sociali, un centro cottura gestito da donne immigrate e una lavanderia industriale dedicata al settore extralberghiero».
Quale potrebbe essere la sintesi del primo obiettivo che accompagna questo progetto?
«Accanto alla libertà imprenditoriale diffondere la solidarietà e l’altruismo, e farlo con gioia. Ogni imprenditore può essere egoista e altruista, io credo che in quest’ultimo caso bisogna essere più fiduciosi».
Lei è in Italia anche per parlare di IA. È uno strumento utile o pericoloso?
«L'intelligenza artificiale potrà davvero essere al servizio delle fasce più svantaggiate solo se verrà inclusa in modelli economici e imprenditoriali capaci di garantire a tutti le stesse opportunità. La condizione essenziale è che il suo accesso sia diretto, senza intermediari. Così come il microcredito ha permesso alle donne più povere di ottenere finanziamenti senza dover offrire garanzie, anche gli strumenti di IA dovrebbero essere messi direttamente nelle mani di chi vive in condizioni di maggiore vulnerabilità».