"Il piano scuola di Vannacci è illegale, al massimo qualche aggiustamento". Disabili e immigrati, parla il capo dei presidi
Il preside dei presidi osserva con attenzione mista a una certa noncuranza il dibattito che si è aperto intorno al tema delle classi differenziate per i disabili, seguito alla proposta in questo senso avanzata da Futuro Nazionale, a sua volta mutuata da una posizione analoga di AfD in Germania. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, è interessato perché, appunto, stiamo parlando della “sua materia”, della quale i dirigenti scolastici si sono occupati già in passato, ma nello stesso tempo è convinto che con il quadro legislativo attuale, peraltro solido, l’ipotesi è destinata a restare tale e serve solo ad alimentare delle chiacchiere. Che però, vista la rilevanza dell’argomento, meritano più di una riflessione.
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“Vede, la proposta è, diciamo, al di fuori della legge e quindi non si può neanche prendere in considerazione. Questo è lo stato attuale. Poi è ovvio che si può sempre aprire un dibattito, si può cambiare la legge, si può cambiare la Costituzione, si può cambiare tutto, però uno deve attenersi agli aspetti realistici del sistema”.
E quali al riguardo sono i cardini del nostro sistema?
“È prevista una forte componente inclusiva, invidiata da altri paesi. È un titolo di merito del nostro sistema scolastico che spesso in altri aspetti invece presenta maggiori criticità”.
Sul piano tecnico il tema esiste?
“Direi di no. L’unica cosa che si può discutere è quando siamo in presenza di patologie molto particolari, gravissime, tali da impedire in modo totale la contemporanea presenza in un'aula di ragazzi sofferenti e normodotati, in cui salta probabilmente lo stesso concetto di apprendimento, sia per chi ha problemi sia per gli altri”.
I dirigenti di AfD sostengono che la loro proposta è fatta a tutela dei ragazzi disabili, perché, dicono, un disabile deve avere una struttura interamente per lui, così è più assistito.
“È una affermazione che si riaggancia a quello che ho appena detto: se ad esempio ho alunni con disturbi gravissimi, come quelli del comportamento tali da essere violenti, aggressivi verso gli altri e verso sé stessi, e ce ne sono, allora non è possibile tenerli in classe, perché esporrebbe al rischio gli altri. Ma è un discorso relativo solo a queste situazioni”.
Quindi nessun cambiamento.
“Semmai c'è da fare un ragionamento su una ipotetica modifica, ma solo chirurgica, della normativa per capire bene quali sono i limiti in certe situazioni estreme. Però le classi differenziate di cui ho sentito parlare sono un’altra cosa, e sono in contrasto con l’attuale ordinamento scolastico”.
In base alla sua esperienza, l’integrazione tra alunni disabili e gli altri come è andata sviluppandosi nel tempo?
“Ovviamente non esistono statistiche, ma da quello che so l’integrazione aiuta perché a questi ragazzi manca proprio uno stimolo, la vicinanza degli amici, dei coetanei e quindi le loro condizioni, la loro capacità di interagire con gli altri quando si parla di disturbi del comportamento migliora sensibilmente se vengono messi in una condizione favorevole”.
“È molto educativo comprendere la solidarietà, ci distingue dal mondo animale”
Antonello Giannelli, associazione nazionale presidi
In genere la reazione degli studenti che per brevità chiamiamo normodotati qual è?
“È l'aspetto più positivo di tutta la vicenda, perché imparano a solidarizzare con i coetanei che hanno difficoltà di salute legate al comportamento. È molto educativo capire che ci possa essere qualcuno che purtroppo ha uno svantaggio di tipo psicofisico, comprendono il senso della solidarietà. La collettività non è semplicemente qualcosa in cui ognuno si fa gli affari suoi. È ciò che ci distingue dal mondo animale, come ci insegnano gli antropologi”.
Spesso la gestione di questi casi è solo, o quasi, sulle spalle dei presidi. Il rapporto con il servizio sanitario come funziona?
“Potrebbe essere migliore di quello che è. Attualmente in giro per il Paese c’è di tutto, dai rapporti idilliaci a situazioni molto conflittuali. È una dinamica che deve però essere migliorata”.
Come?
“Guardi, c’è bisogno prima di tutto di un intervento di tipo culturale perché occorre capire che queste integrazioni fanno parte intrinseca del servizio da offrire, e il servizio sanitario deve collaborare in un certo modo e non limitarsi a partecipare a qualche riunione”.

Da dove nascono le difficoltà?
“Il punto è che nonostante l’autonomia il servizio scolastico è comunque abbastanza nazionale, mentre il servizio sanitario è regionalizzato, e anche all’interno delle stesse regioni spesso tra Asl e Asl si registrano differenze notevoli. Mancano protocolli univoci. Auspico che la collaborazione possa essere migliorata con indicazioni tendenti all'uniformità, perché ovviamente le esigenze dei ragazzi sono le stesse sul territorio nazionale”.
Accanto al tema delle classi per i disabili, sullo sfondo resta quello delle classi in cui la maggioranza degli alunni sono stranieri.
“Qui il problema è diverso, e indubbiamente esiste. Premesso che ritengo una ricchezza quella di poter disporre di alunni che vengono da tante realtà diverse perché ci si abitua a vivere in un mondo globalizzato, un conto è integrare in una classe di italiani un numero relativamente esiguo di alunni provenienti da paesi esteri, un altro avere classi in cui la maggior parte sono stranieri”.
Nel caso di fortissima presenza di stranieri, la scuola che cosa fa?
“I presidi cercano di formare le classi seguendo l’idea che la maggioranza sia di italiani, così l’integrazione e l’apprendimento della lingua italiana sono favoriti, ma non sempre è possibile. Ci sono realtà, penso a Prato in Toscana o certe zone della Lombardia, dove i bambini stranieri sono la maggioranza, e non è che il preside può cacciarli. O obbligare i ragazzi a fare chilometri e chilometri pur di trovare una scuola con meno stranieri… Non è facile”.
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