Il nucleare e l'ombra dell'Iran: Palazzo Chigi scuda un'azienda del Bergamasco
ROMA Un’azienda italiana del bergamasco che opera nel settore energetico e produce tecnologia che, per il governo, ha possibili applicazioni nucleari. Sì: nucleari. Una cordata che cerca di comprarla stoppata da Palazzo Chigi. L’allarme dei Servizi segreti: entità dell’Iran potrebbero voler mettere le mani su quella tecnologia. Sono gli ingredienti di una vicenda che ha interessato nelle ultime settimane gli apparati della sicurezza italiani ed è finita sulla scrivania della premier Giorgia Meloni.
LO STOP IN CDM
Partiamo dalla fine. Cioè dal Consiglio dei ministri di martedì scorso che ha deliberato l’imposizione di un veto su un’operazione industriale. Eccola: una cordata di aziende di piccole-medie dimensioni - tre italiane, una tedesca - vuole acquistare FBM Hudson Italiana. Impresa di Terno d’Isola, nella Bergamasca, oltre un centinaio di dipendenti: dal 1941 produce macchinari ad alta pressione per raffinerie, industria chimica e fabbriche di fertilizzanti. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che il governo accende un semaforo rosso: vietato andare avanti. Per la terza volta in tre anni - l’azienda appartiene a un gruppo malese che cerca da tempo di cederla - da Roma bloccano la vendita: la fabbrica situata tra l’Adda e il Brembo, terra di capannoni, officine meccaniche e camini che sbuffano nella nebbia, è troppo preziosa per essere ceduta.
In Cdm è il ministro all’Ambiente e l’Energia Gilberto Pichetto Fratin a comunicare lo stop del governo: «Non procediamo, questione di sicurezza» il senso del monito. Annuncia così l’esercizio del cosiddetto “golden power” con opposizione all’acquisto: il governo insomma dice no. Pichetto non dà altri dettagli. Che sono noti però fra gli altri ad Alfredo Mantovano, anche lui al tavolo e messo al corrente del dossier. Non riferisce ad esempio ai colleghi il vero timore dietro la scelta del governo: possibili legami, nel perimetro dell’operazione, con soggetti riconducibili all’Iran. Un brivido. Perché, stando alle analisi tecniche di Palazzo Chigi, questa piccola azienda del Nord Italia, circondata dai campi e i fiumi raccontati da Manzoni ne I Promessi sposi, produce tecnologia sensibile per la sicurezza nazionale. E per questo rischiosissima se dovesse finire nelle mani sbagliate. Lo stop all’operazione e i rischi segnalati sono confermati al Messaggero da più fonti qualificate di governo.
Veniamo al dunque. Tra i prodotti dell’azienda ci sono apparecchiature ad alta pressione per impianti di urea e ammoniaca: una famiglia di tecnologie che, in versioni specifiche, rientra tra i beni a “duplice uso”, cioè civili ma utilizzabili anche in ambito militare. Detta così sembra roba da tecnici. Non lo è. Sia chiaro: nelle officine di Terno d’Isola quelle macchine lavorano per scopi del tutto pacifici: servono agli impianti che producono fertilizzanti agricoli. Ma le stesse tecnologie, se costruite su specifiche precise, possono avere un’altra destinazione. Uno dei metodi industriali per produrre acqua pesante, la sostanza usata in alcuni tipi di reattori nucleari, passa proprio da un impianto di ammoniaca. Non è un’ipotesi da romanzo. È scritto nero su bianco nel regolamento europeo sui beni a duplice uso, aggiornato a novembre 2025, che recepisce le liste dei Paesi fornitori di tecnologia nucleare. Alla voce 0B004, nella categoria dei «materiali nucleari, impianti e apparecchiature», compaiono i «convertitori di sintesi di ammoniaca o unità di sintesi appositamente progettate o predisposte per la produzione di acqua pesante». Beni che non si possono esportare senza l’autorizzazione dello Stato.
L’ALLARME IRANIANO
Ed è qui che entra in scena l’ombra di Teheran. L’acqua pesante è da anni un capitolo sensibile del programma nucleare iraniano: secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) l’impianto di Khondab, vicino ad Arak, fiore all’occhiello degli ayatollah, è stato reso inutilizzabile dai raid di fine marzo. E con l’Iran in guerra e stretto da blocchi e sanzioni, come avvisa di continuo il Dipartimento di Stato americano, la caccia a tecnologia occidentale passa sempre più spesso per intermediari e Paesi terzi.
Attenzione: alle società della cordata non viene contestato un illecito. Questo va detto. Il governo ha fatto una valutazione di rischio, non ha formulato un’accusa. Ma ha deciso comunque di muoversi per tempo, dopo una lunga e meticolosa analisi che ha coinvolto come da regole diversi apparati.
Dal ministero di Pichetto che ha sollevato il problema sulle garanzie finanziarie offerte dalla cordata acquirente fino alla Guardia di Finanza. Passando per il ministero della Giustizia di Carlo Nordio che ha avanzato dubbi sulla solidità dell’operazione e infine, si diceva, l’intelligence italiana. Da cui è suonato il campanello d’allarme finale: entità iraniane potenzialmente interessate a mettere le mani su quel gioiello della tecnologia energetica made in Italy.
È un episodio isolato, si dirà. Ma intanto da quando Meloni è a Palazzo Chigi i “veti” del governo su operazioni industriali con il golden power sono stati una manciata. Spesso la tagliola è scattata quando in lontananza si è scorta l’ombra di uno Stato rivale. Russia, Cina. Ora, nel bel mezzo della guerra di Trump in Medio Oriente, sotto la lente finisce l’Iran degli ayatollah.
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