Il nodo legittima difesa, la lezione di Moro: Stato e valore della vita
Il 1977 è l’anno in cui in Italia, in un decennio già segnato da problemi gravi di criminalità e ordine pubblico, esplode una violenza non solo politica, con 1.000 omicidi volontari consumati, contro i 286 del 2025. Un’emergenza che spingeva, allora come oggi, a una difficile riflessione sull’equilibrio fra necessità di difesa personale e tutela della vita. Il 17 febbraio 1977 su quest’argomento interveniva Aldo Moro, collaboratore del Giorno, con un articolo di fondo che - nei giorni in cui si discute del caso di Mario Roggero, condannato per l’omicidio volontario di due rapinatori a 14 anni e 9 mesi - non ha perso la propria attualità. Ne ripubblichiamo un estratto.

Aldo Moro
di ALDO MORO
Dolorosi avvenimenti soprattutto negli ultimi tempi hanno portato al livello di opinione pubblica, sottraendolo alla esclusiva attenzione dei tecnici del diritto, il discorso intorno al fondamento ed ai limiti della legittima difesa. Quel che rende acuto il problema è il più vasto campo di applicazione che questo istituto, tradizionale ed universale, trova nella realtà, così spesso disgregata e caotica, della società di oggi. La condizione odierna appare contrassegnata infatti da un affievolimento dello Stato come arbitro delle controversie e tutore degli interessi collettivi, tra i quali è, in prima linea, la sicurezza dei cittadini. Si accrescono le ingiuste aggressioni, ma non si sviluppa con lo stesso ritmo una efficace organizzazione protettiva dello Stato. Di questa situazione, che dilata il ricorso alla difesa privata, bisogna farsi carico. (...)
L’interrogativo di fondo è se, di fronte ad un attacco ingiusto, ci si possa difendere e fino a quale punto: se un diritto in sé, ancor prima che un proprio diritto, al quale si sia personalmente e passionalmente legati, vada tutelato, quando non si possa fare altrimenti, ad opera del singolo invece che dello Stato o si debba invece subire la violazione, salvo poi, una volta essa avvenuta, l’intervento punitivo dello Stato. Nel rispondere a questo quesito, e sempre avendo presenti, ovviamente, criteri di equilibrio, di proporzione, di misura, l’opinione pubblica è divisa. Da una parte si sottolinea la necessità di preservare i beni minacciati, il che, per forza di cose, comporta una sorta di controffensiva, la quale, a differenza della pena, tocca non la libertà, ma, in maggior o minor misura, la integrità e la vita.
Dall’altra si sottolinea proprio il valore intangibile della persona e si riscontra una sproporzione, la quale suggerisce molta prudenza, nel sacrificio dell’uomo a vantaggio dei diritti dell’aggredito. In tempi normali questa può essere una disputa marginale. In tempi torbidi e pericolosi è una disputa cocente. Emerge così un problema politico. In realtà la violazione d’interessi protetti con una pena oggi si realizza e si articola in misura e con modalità tali che è difficile immaginare possa essere fronteggiata in generale con un intervento tempestivo ed efficace dello Stato. Quando si allenta in modo rilevante la disciplina sociale, il fenomeno della delinquenza diventa, bisogna riconoscerlo, più forte della pubblica reazione.
A quel punto una qualche misura di privatizzazione diventa purtroppo inevitabile e forme varie di vigilanza e di autodifesa si fanno largo, travolgendo le resistenze e le riserve di quanti sono giustamente preoccupati di condurre la lotta al delitto sempre con senso di obiettività e di misura e di tener fermo il potere imparziale e garante dello Stato. Siffatte esigenze sono profondamente vere, ma con estrema fatica si riuscirebbe a farle considerare preminenti in una situazione di insicurezza e timore generalizzato. Del resto non può dimenticarsi che la difesa privata in caso di necessità, pur con tutti i problemi che pone (...), è manifestazione della lotta per il diritto. Il tema politico è dunque di non arrivare a questo punto, di salvare la società come fatto di ordine collettivo. Questo tema non può essere eluso dai rilievi accorati sulla mancanza di misura e di controllo che fatalmente caratterizza la difesa privata. Bisogna operare in modo tale che questo fatto resti eccezionale e che in conseguenza non dilaghino passionalità ed eccessi, i quali contraddicono la correttezza ed oggettività, che sono proprie di una giustizia superindividuale.
È necessario dunque restituire allo Stato tutta la sua autorità di organo naturale ed efficace di prevenzione e di repressione del disordine e, in via preliminare, creare un’atmosfera politica e morale tale che il delitto abbia, in un quadro di rigorosa giustizia, i suoi chiari lineamenti di anormalità, talvolta gravissima, che non vi siano evasioni alla giustizia, che nessuno fruisca d’indulgenze salvo quelle che esistano nella struttura dei fatti e, come tali, contemplate dalla legge. Ciò non impedisce la doverosa umanizzazione dei sistemi di prevenzione e di repressione. Umanizzare è cosa importante e significativa, ma non s’identifica con una resa del potere all’ingiustizia secondo una malintesa liberalizzazione, che rischia invece proprio di mettere in crisi per sfiducia, insicurezza, paura, frustrazione e talvolta per privata arroganza, la democrazia. Tutto, del resto, si tiene. Certe insensibilità per i doveri umani e sociali, certi momenti di indifferenza, certe forme di disgregazione vanno sovente al di là del loro ambito ed aprono la via ad inammissibili degenerazioni. Bisogna fare in modo che non siano travolte dagli eccessi grandi conquiste dello spirito e nuove istituzioni politiche.
È da evitare in ogni modo che la delinquenza diventi una sorta di mostruoso decentramento di potere. Si deve impedire che passi come libertà quella che ne è la puntuale negazione. Occorrono dunque opportuni strumenti istituzionali ed organizzativi per tradurre in atto il principio incontestabile della libertà garantita per tutti nella vita sociale. È un discorso innanzitutto di misure di emergenza, il che non vuol dire naturalmente uso di leggi eccezionali e straordinarie, ma compimento di uno sforzo intenso e coordinato per l’utilizzazione, al fine di combattere la criminalità dilagante, di ogni mezzo offerto dall’ordinamento giuridico. Venga pure, dunque, la riorganizzazione delle forze di polizia, purché sia evitato il rischio di dar vita, in qualsiasi forma, ad un contropotere del potere politico, fatalmente fuorviante e paralizzante. Venga pure una giustizia rinnovata e perciò rapida, rigorosa ed efficace. Ben vengano riforme sociali che riducano gli squilibri e diano un senso umano alla vita. Ma tutto questo, al quale ci si deve applicare con un impegno senza riserve (...) non esime dal provvedere alla drammatica emergenza. Non c’è un minuto da perdere, se si vuole salvare le istituzioni, la preminenza dello Stato, l’ordine obiettivo delle relazioni in luogo di una sicurezza personale garantita con l’esercizio privato di pubbliche funzioni, rimaste bloccate.