Il grande concerto del 1984. La notte in cui Piazza Maggiore si ritrovò fra la via Emilia e il West

Decine di migliaia di persone festeggiarono nel cuore del centro i primi venti anni di carriera di Guccini. I big sul palco, da Dalla ai Nomadi, e un successo inaspettato alla vigilia: "Fu una serata incredibile".

Decine di migliaia di persone festeggiarono nel cuore del centro i primi venti anni di carriera di Guccini. I big sul palco, da Dalla ai Nomadi, e un successo inaspettato alla vigilia: "Fu una serata incredibile".

di Giorgia

De Cupertinis

Ci sono notti capaci di cambiare il volto di una città. Notti che lasciano un segno indelebile nella storia della musica italiana e il cui racconto, quasi come una favola tramandata di padre in figlio, continua a vivere nella memoria di chi le ha vissute in prima persona e nell’immaginario di chi, invece, ne ha soltanto sentito parlare. Notti come quella del lontano 21 giugno 1984, quando Francesco Guccini salì sul palco allestito in piazza Maggiore per celebrare i primi vent’anni della sua carriera: un maxi evento che portò nel cuore della città decine di migliaia di persone, trasformando il centro storico in una colorata distesa di volti e sorrisi. "Pare che siamo qualcosa come 150mila..." furono le parole pronunciate dal cantautore sul palco mentre puntava lo sguardo sulla folla.

Sul crescentone, infatti, si riunirono tutti: punk, metallari, ex figli dei fiori o ancora tali con sacchi a pelo e pochi spiccioli, famiglie, qualche coppia di anziani arrivati in centro per prendere una boccata d’aria e finiti in una massa umana accaldata e felice. Persone e storie differenti, legati come da un filo invisibile sotto la luna che dal cielo sbirciava piazza Maggiore, cullata dal suono della chitarra.

A rendere magica quella serata fu anche la straordinaria parata di grandi artisti, colleghi e amici, saliti sul palco accanto al “Maestrone”: nomi dal calibro di Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Paolo Conte, i Nomadi, l’Equipe 84, senza dimenticare Claudio Lolli, Giampiero Alloisio, Deborah Kooperman, Pierangelo Bertoli e i Viulàn. Un evento, insomma, che fin dalla prima nota era destinato a entrare nella storia, ma soprattutto nel cuore di chi sotto al palco aveva già capito di essere parte di un evento indimenticabile, ora ricordato con grande commozione dopo la scomparsa del cantautore, morto ieri mattina a 86 anni.

Microfono acceso e chitarra stretta fra le mani, Guccini quella sera ripercorse alcuni dei suoi brani più celebri, in primis la Locomotiva, passando poi ad altri per l’epoca più recenti, come Autogrill. Tra i tanti si ricordano anche Piccola città, Un altro giorno è andato, L’isola non trovata: brani cantati all’unisono da chi, nel cuore della città, immortalava con gli occhi un evento unico nel suo genere, una grande festa bolognese che all’epoca vide anche il patrocinio del nostro giornale.

"Fu come andare a un esame universitario, all’inizio sei terrorizzato, poi ti sciogli e vai. Non ho più cantato in piazza Maggiore e, pur avendo suonato negli stadi, non ho più trovato una folla simile. Dopo il concerto partirono quasi tutti e io e gli amici andammo a cenare all’Osteria delle Dame dove avevano preparato un catering solo per noi" ricordò Guccini in un’intervista al Carlino soltanto due anni fa.

Una serata indimenticabile che il film-concerto ’Francesco Guccini: Fra la via Emilia e il West’ ha reso immortale, riportando sul grande schermo tutta l’intensità di quell’evento raordinario. Un tuffo nel passato che, a distanza di 40 anni, ha saputo riempire ancora una volta la stessa Piazza Maggiore: nel giugno del 2024, infatti, la proiezione del film-concerto ha inaugurato la rassegna Sotto le stelle del Cinema, rispolverando in un solo attimo gioie ed emozioni mai dimenticate.

In quell’occasione, Guccini era salito sul palco per dialogare con Massimo Cotto, ripercorrendo tra ricordi e suggestioni quella notte che trasformò Piazza Maggiore in una piccola Woodstock emiliana. "Una serata incredibile, che solo a Bologna poteva accadere", ricordò il Maestrone, riavvolgendo il nastro della memoria davanti a un pubblico che, decenni dopo, continuava a tributargli lo stesso affetto di allora.