Il Golfo Persico vulnerabile per “colpa” delle basi Usa
Gli Stati Uniti valutano un cambio di strategia nell’area e una rimodulazione della loro presenza dopo gli attacchi dell’Iran. Anche le basi in Europa però non sono abbastanza protette contro i droni. L’analista Kristian Alexander: «Ora è prioritario “disperdere” forze e mezzi»
Nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, le basi statunitensi nel Golfo sono diventate un obiettivo degli attacchi iraniani, trasformando quello che doveva essere un elemento di deterrenza in vulnerabilità per i paesi ospitanti.
La presenza Usa nell’area doveva segnalare all’Iran che un attacco a un partner del Golfo o agli interessi statunitensi nella regione avrebbe potuto scatenare una risposta americana rapida e schiacciante. Invece, le rappresaglie iraniane hanno evidenziato la vulnerabilità delle basi Usa nella regione e i limiti della risposta americana, portando Washington a rivalutare la propria presenza e ad optare per quello che potrebbe essere un dispiegamento più ridotto e disperso o uno spostamento delle forze verso ovest.


Strutture logistiche
Ad oggi, gli Stati Uniti hanno circa 50mila soldati in quasi 20 siti militari tra il Golfo e le aree circostanti. Le principali installazioni sono Al Udeid in Qatar, NSA Bahrein, Camp Arifjan e Camp Buehring in Kuwait, Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti e la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Secondo alcune stime, l'Iran ha danneggiato almeno 15 siti militari statunitensi, tra cui radar e sistemi di allerta precoce ad Al Udeid, in Qatar, quartier generali navali, magazzini e infrastrutture di comunicazione in Bahrein, nonché aerei, strutture logistiche e di supporto in Kuwait. Il tutto nonostante circa l'80-90% degli attacchi sia stato intercettato. Il conflitto con l’Iran potrebbe quindi cambiare la presenza Usa nella regione, anche in linea con la Strategia di sicurezza nazionale di Trump, pubblicata nel dicembre 2025, che cancella il Medio Oriente dalle principali priorità strategiche di Washington.
«Gli Stati Uniti possono minacciare ritorsioni devastanti, ma ciò non impedisce all'Iran di lanciare droni e missili quando Teheran ritiene che la sua sopravvivenza o i suoi interessi strategici fondamentali siano a rischio. Washington deve garantire che gli attacchi non possano disabilitare i sistemi di comando, distruggere velivoli o rendere inutilizzabili le basi», spiega Kristian Alexander, analista di sicurezza e politica estera del Golfo. «Ciò richiederà la dispersione delle forze e mezzi, il rafforzamento delle infrastrutture e il miglioramento delle capacità di riparazione. La deterrenza dipenderà sempre più dalla comprensione da parte dell'Iran del fatto che non può neutralizzare la presenza statunitense con un primo attacco concentrato».
A una presenza militare rimodulata deve corrispondere anche una politica aggiornata. Secondo Alexander, una delle principali preoccupazioni dei paesi del Golfo è l'esposizione alle decisioni prese a Washington senza un'adeguata consultazione regionale. In futuro, uno Stato del Golfo potrebbe consentire alle forze statunitensi di condurre operazioni di sicurezza marittima, raccolta di informazioni o difesa territoriale senza concedere automaticamente l'autorizzazione per operazioni offensive contro l'Iran.


Emancipazione
Nel frattempo, i paesi del Golfo stanno cercando di ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti, puntando anche su una maggiore autonomia strategica attraverso la difesa collettiva, come dimostra il recente Accordo di difesa tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia. «I paesi europei, la Turchia, il Pakistan e la Corea del Sud possono fornire armi, addestramento e cooperazione industriale. La Cina potrebbe trarne vantaggio a livello commerciale e politico, ma nessuna forza può sostituire gli Stati Uniti», specifica Alexander. Per i paesi del Golfo sarà importante anche mantenere canali diretti con Teheran, per arrivare ad accordi di de-escalation ed evitare di essere trascinati automaticamente in futuri scontri tra Stati Uniti e Iran.


Obiettivi europei
Ma le basi nel Golfo non sono le uniche a dover essere ripensate. Come rivelato ad agosto dal Financial Times, Teheran avrebbe valutato la possibilità di colpire obiettivi militari Usa in Europa. Le truppe statunitensi sono presenti in circa 40 postazioni militari in tutta Europa e la maggior parte si concentra nell'Europa centrale, principalmente in Germania, Italia, Polonia e Regno Unito
«Dopo essere stato colpito duramente, l’Iran è riuscito a compiere campagne aeree sofisticate con droni basate su un’intelligence costruita negli anni e ha anche raggiunto i suoi obiettivi. Le basi Nato in Europa, costruite durante o dopo la Guerra fredda, non sono adeguatamente difese contro le ondate di droni», spiega Alessandro Marrone, a capo del programma Difesa dello IAI. Per l’Europa, dunque, c’è una lezione operativa da apprendere: anche una media potenza che ha subito un primo attacco statunitense può essere in grado di rispondere e minacciare basi ritenute fino a quel momento sufficientemente protette. «Se l’alleato più forte della Nato non riesce ad avere ragione dell’Iran e subisce dei danni dalla controffensiva, ciò ha dei risvolti negativi per la sua credibilità e la deterrenza in Europa».
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Giornalista freelance, si occupa di Medio Oriente e questione curda. Esperta del settore Difesa e autrice del libro Crisi globali e affari di piombo (Edizioni Seb27).