Il filo conduttore della violenza di genere: dal caso ATM agli arresti dell'Europol

Prima c'è stato il caso ATM a Milano: una ragazza ha scoperto e denunciato online l'esistenza di una chat in cui alcuni dipendenti di Azienda Trasporti Milanesi condividevano foto di donne e ragazze prese dalle telecamere di sicurezza dei tram con commenti violenti a sfondo sessuale. Poi, a pochi giorni di distanza, si è parlato del fotografo Ray Banhoff aka Gianluca Gliori e di un suo un “progetto fotografico”, se così si può definire, del 2015 in cui scattava senza consenso foto inappropriate di donne e ragazze per strada, anche sotto la gonna. Inizialmente le condivideva in una chat WhatsApp con alcuni amici: «L'unico scopo era mandarci foto di donne», ha raccontato in un video pubblicato lo scorso 21 giugno e poi rimosso, «Era visto come qualcosa di sessista, ma per noi era un esperimento goliardico». Successivamente, però, ha deciso di trasformare il tutto in un progetto fotografico cercando di far passare per arte quello che è, a tutti gli effetti, un reato.

Subito dopo il caso Ray Banhoff, è stato poi denunciato il gruppo Facebook “Meglio una di meno che una femminista di troppo” dove gli oltre 53.000 iscritti parlavano dei danni fatti dalla cosiddetta "cultura woke" demonizzando il femminismo a favore della violenza di genere. Infine, sempre a distanza di pochi giorni, è arrivata la notizia degli arresti dell'Europol che ha scoperto una vasta rete internazionale di uomini che pianificavano di violentare le proprie mogli dopo averle drogate (sottomissione chimica a scopo di violenza sessuale). L’indagine, svolta nell’ambito del “Progetto Medusa” e guidata dalle autorità di Germania e Regno Unito con il supporto analitico e finanziario di Europol, ha scoperto una rete di uomini che comunicavano online o tramite app e si scambiavano consigli su come drogare e violentare le proprie mogli.

Sono vicende diverse tra loro, eppure la matrice è la stessa e analizzarla è necessario per evidenziare il problema sistemico al di là dell'episodio che più scandalizza o lascia sconvolti. Per questo ne abbiamo parlato con Silvia Semenzin, sociologa digitale, ricercatrice e attivista femminista che da anni si occupa di violenza online, tecnologie e dinamiche di genere.


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dal caso atm agli arresti europol, il punto con silvia semenzinpinterest

Foto di Annie Spratt su Unsplash

Dopo anni in cui ti occupi di gruppi online e condivisione non consensuale di materiale intimo, come hai reagito alla notizia degli arresti dell'Europol?

«La maggior parte della mia ricerca si è sempre concentrata su gruppi e comunità forse un po' meno radicalizzate, quindi anche a me capita di rimanere scioccata da quanto siano fitte queste reti, quanto siano transnazionali. Non sono rimasta sorpresa, però, soprattutto dopo il caso Pelicot e dopo la recente inchiesta della CNN sulla sottomissione chimica: avevo immaginato che fossimo solo all'inizio.

Questa è solo la punta dell’iceberg, la punta di questa piramide violenta. Se guardassimo al di sotto probabilmente arriveremmo a vedere che queste comunità più estreme sono legate anche ad altre comunità misogine, a quelle che normalizziamo di più, quindi anche ai gruppi di Telegram di cui mi sono occupata io o i siti come Phica.net. C'è qualcosa che li lega, sia da un punto di vista del potere, sia delle monetizzazione, sia delle pratiche. Casi come quelli dell’operazione dell’Europol sono le facce più estreme di un fenomeno che, però, è ancora più radicato e che si sta espandendo a macchia d'olio».

Mi sembra che questi arresti abbiano mostrato che è effettivamente possibile arrivare ai colpevoli. Perché spesso sembra che sia difficile rintracciare gli abuser online?

«Per prima cosa dobbiamo ricordarci che l'anonimato online non esiste. Se si vuole trovare qualcuno e tracciare delle reti, si può fare. Molte di queste persone si nascondono dietro all'anonimato o dietro pagine che sono difficili da tracciare, però spesso si sentono talmente impunite da non preoccuparsi nemmeno tanto della loro privacy. Io credo che molte volte sia più una questione di volontà politica se andare a fondo o meno. Si può passare dall’online all'offline e arrestare davvero i colpevoli, l’abbiamo visto anche con il caso italiano di Phica.net: è possibile farlo anche in tempi piuttosto brevi. Il punto è che, di solito, quello che succede è che magari le femministe che sollevano il caso e vengono accusate di fare vittimismo o di creare problemi inesistenti. Le cose cambiano quando ci sono casi estremi o il coinvolgimento di figure note o personalità politiche di spicco, allora si muove davvero l’opinione pubblica. Phica.net esisteva da 20 anni e per 20 anni c’erano state denunce, per 20 anni c’erano state attiviste che ne avevano parlato. Era sempre stato detto "Non possiamo fare niente, il sito non è in Italia, sta in Bulgaria". Poi, però, quando si è scatenato il polverone, in due giorni è stato trovato l’amministratore. È una questione di volontà e anche di cooperazione internazionale, come abbiamo visto con l'Europol, perché magari una pagina è basata in Ungheria, però l'amministratore sta in Italia e gli utenti usano il sito dalla Francia».

E mancano ancora strumenti di questo tipo?

«Soprattutto mancano dal punto di vista della violenza di genere. Ad esempio, se parliamo di pedopornografia è diverso e gli strumenti ci sono. Per la violenza di genere sono gli stessi, non è che ne dobbiamo inventare di nuovi, però vanno applicati, mentre quando parliamo di violenza di genere sappiamo che non stiamo parlando di una priorità, ma di un tema che viene spesso strumentalizzato a livello ideologico invece di vederla come una questione di diritti umani e di violazione dei diritti umani, perché è di questo che si tratta. In questi giorni si sta parlando molto di comunità misogine online ed è un bene che vengano chiamate così, ma non bisognerebbe focalizzarsi solo sui casi più estremi».

Le comunità che hai analizzato tu su Telegram, pur essendo meno estreme, mostravano dinamiche simili?

«Assolutamente. Magari non c’era la parte più esplicita del “Voglio stuprare mia moglie, come faccio?” ma, per esempio, si condividevano foto di donne che dormivano: “Questa è la mia amica che dorme”, “Questa è la mia ragazza che dorme”. Quindi comunque c'era già quella violazione del consenso anche durante uno stato di sonno. A quel punto il passo è breve. Il passaggio ulteriore magari è quello di mettere in pratica anche la sottomissione chimica e lo stupro, ma non rende meno grave nascondere videocamere nei bagni, nelle palestre, nelle spiagge, perché la matrice è sempre quella, ossia il corpo femminile è a mia disposizione, lo posso dominare e il consenso è un concetto inesistente e un quasi un elemento di disturbo».

E a livello di dinamiche machiste?

«C’è sempre questo senso di cameratismo, sembra che le relazioni tra uomini ancora si costruiscano proprio sul consumo e la messa in comune del corpo femminile. Le donne in questi contesti rimangono un po' sullo sfondo, sono veramente solo degli strumenti per poi ottenere approvazione maschile. La maggior parte dell'attenzione in queste pratiche è diretta ad altri uomini, altrimenti perché registrare? Perché condividere nei gruppi? Perché invitare altri uomini a venire a casa propria, a stuprare la propria compagna? È chiaro che lì c'è proprio una ricerca di attenzione maschile che può avere a che fare con una sorta di omoerotismo represso e sessualità maschile molto repressa. In alcuni dei gruppi che abbiamo analizzato, ad esempio, questi uomini si incontrano per masturbarsi insieme, guardarsi mentre ci si masturba, darsi voti».

Negli ultimi tempi hai fatto notare, con il tuo libro Internet non è un posto per femmine e il tuo lavoro di divulgazione, quanto il femminismo stia subendo attacchi online, rendendo poi difficile denunciare casi di molestie e violenze. Com’è la situazione?

«In Italia nel giro di una settimana abbiamo avuto tre scandali apparentemente diversi tra loro, almeno nelle forme, ma molto simili a livello di ideologia che sottendono. C’è stato il caso degli impiegati dell'ATM, il caso del fotografo Ray Banhoff che fotografava donne sconosciute nelle loro parti intime spacciandola per arte, c’è stato il caso del gruppo Facebook “Meglio una di meno che una femminista di troppo”. In tutti questi casi abbiamo visto ancora una volta la delegittimazione della denuncia, i casi sono stati minimizzati.

Non c'è una volta in cui si dica "Diamo spazio a quello che stanno chiedendo queste donne, a quello che il femminismo sta denunciando", ogni volta cerchiamo invece di reprimere questa reazione e poi, al massimo, parliamo di qualche mostro, qualche depravato, qualche malato, qualche caso isolato. Solo che allora non possiamo sorprenderci se continuano a uscire casi del genere, più o meno estremi, perché stiamo legittimando l'esistenza di queste comunità, stiamo dicendo "Continuate, continuate, perché il problema non siete voi". E questo succede sui social, sui media in generale, ma anche a livello di leader globali e CEO delle piattaforme. Stanno costruendo un discorso dominante per cui la misoginia è centrale e viene reclamata come un diritto. Possiamo lamentarci al massimo nei casi in cui effettivamente ci drogano e ci stuprano, ma se ci fanno una foto sotto la gonna in piazza Duomo non è poi così grave, forse te la sei persino cercata. In questo modo stiamo creando una cultura per cui le donne si sentono sempre più insicure e sempre più arrabbiate».