Il debito “monstre” e la tassa invisibile sui giovani

Interessi in salita al 4,6% del Pil: così il costo del passato ruba continuamente il futuro

Comunicazioni alla Camera dei Deputati del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, 59 anni, della Lega

Comunicazioni alla Camera dei Deputati del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, 59 anni, della Lega

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MILANO – Un miliardo in più per gli interessi è, molto semplicemente, un miliardo in meno per la scuola, la ricerca, il lavoro giovanile o la transizione ecologica. La recente audizione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica porta alla luce una verità contabile con cui l'Italia continua a fare i conti: il peso del debito pubblico più che un’astrazione per economisti, è un macigno che condiziona direttamente le prospettive dei più giovani. Secondo le stime del Ministero, la spesa per interessi – ovvero l'ammontare che lo Stato deve pagare a chi acquista Btp e Bot – passerà dal 4,2% del Pil nel 2026 al 4,6% nel 2029. Una risalita guidata da un contesto internazionale incerto, tassi d'interesse non più azzerati e tensioni geopolitiche che aumentano il rendimento preteso dai mercati sui titoli sovrani.

La trappola degli interessi: spesa sterile

Per capire la portata del problema occorre distinguere tra la spesa pubblica produttiva e il costo del servizio del debito. I soldi destinati agli interessi non finanziano servizi pubblici, non migliorano gli ospedali e non creano infrastrutture: sono una pura voce di costo finanziario per remunerare i creditori. Quando i rendimenti dei titoli di Stato salgono, l'impatto sul bilancio pubblico è immediato e persistente. Se le altre componenti della spesa pubblica mostrano variazioni contenute, è proprio il capitolo degli interessi a drenare la quota maggiore di risorse extra. In un Paese con un margine di manovra fiscale ristretto dalle nuove regole europee, ogni euro in più speso per pagare il passato è un euro sottratto alla possibilità di pianificare il futuro.

Il patto generazionale al contrario

È su questo terreno che la questione finanziaria si trasforma in un'emergenza sociale e demografica. Il meccanismo del debito pubblico elevato genera un vero e proprio “patto generazionale al contrario”. Il debito accumulato nei decenni scorsi ha finanziato spesa corrente, baby pensioni e investimenti non sempre a redditività elevata per le generazioni passate. A farsi carico del costo di quel debito sono le coorti giovanili attuali, numericamente più esigue a causa del crollo demografico e con salari d'ingresso mediamente più bassi. I giovani italiani si trovano così a gestire un doppio svantaggio: da un lato ereditano una quota di debito pro-capite tra le più alte al mondo, dall'altro vedono contrarsi le risorse pubbliche destinate alle politiche giovanili, all'edilizia universitaria, alle agevolazioni per la prima casa o agli incentivi per l'auto-imprenditorialità.

Avanzo primario e credibilità: le uniche vie d’uscita

Di fronte a questo scenario, la ricetta indicata dal Ministero dell'Economia si basa su due pilastri: la credibilità delle politiche di bilancio e la necessità di rafforzare l'avanzo primario (la differenza positiva tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi). Rimanere credibili agli occhi dei mercati e delle istituzioni europee è una vera e propria misura di autodifesa: maggiore è la fiducia dei risparmiatori e degli investitori internazionali nella tenuta dei conti italiani, minore sarà lo "spread" e il rendimento richiesto per acquistare i nostri Btp. Ridurre il costo del finanziamento è l'unico modo reale per invertire la curva della spesa per interessi e dare ossigeno al sistema Paese.

Il futuro non può essere solo un capitolo di rimborso

La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto numerica, ma politico-culturale. Garantire la sostenibilità del debito non significa rassegnarsi a un'austerità cieca, ma operare scelte di bilancio coraggiose che spostino il baricentro della spesa pubblica dal sostegno al passato all'investimento nel futuro. Senza un percorso serio di risanamento e una crescita economica guidata dall'innovazione e dalle competenze dei giovani - avverte il ministro Giorgetti - «il rischio è che la spesa per interessi continui a essere la tassa invisibile che paga chi ha meno voce in capitolo».

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