«Il crollo demografico costa 1,5 miliardi» - L'Unione Sarda.it
Regione
02 agosto 2026 alle 00:52
L’allarme di Confindustria: tracollo delle imprese giovanili, in dieci anni giù del 26,6%Un miliardo e mezzo di euro. È la capacità produttiva inespressa in un anno che il Centro Studi di Confindustria Sardegna lega direttamente al deficit demografico – nel 2025 la fecondità è scesa a 0,85 figli per donna, il valore più basso tra le Regioni italiane – ma anche alla diminuzione vertiginosa (del 26,6% tra il 2014 e il 2024) delle imprese giovanili. A conferma del fatto che il problema è il mix esplosivo raccontato ieri: mancano i giovani (in dieci anni l’Isola ha perso 60mila persone nella fascia tra i 15 e i 34 anni) e di conseguenza le competenze richieste dalle aziende, e il quadro delle nascite è in continuo peggioramento. Un mix che sta mettendo a rischio la tenuta del sistema occupazionale e, in prospettiva, di quello previdenziale. Tutto questo emerge dal report pubblicato ieri, dopo il primo anno di lavoro, dal Centro Studi dell’associazione: “La Sardegna in dodici mesi: vincoli strutturali, capacità produttiva e nuove traiettorie di sviluppo”.
Ambivalenza
Il dossier certifica che la Sardegna non è priva di risorse, tuttavia c’è qualcosa che non funziona. L’Isola ha patrimonio, capacità industriale, specializzazioni esportatrici, competenze. Eppure i mercati esteri non compensano quanto potrebbero la ristrettezza della domanda interna, la ricchezza privata non viene canalizzata verso gli investimenti e le infrastrutture fisiche, energetiche e finanziarie non collegano con sufficiente efficacia persone, imprese e territori. Questa ambivalenza è dimostrata dai numeri. Nel 2025 il prodotto regionale è cresciuto dello 0,7% e l’occupazione dell’1%, sostenuti soprattutto dagli investimenti pubblici, dal Pnrr, dai servizi e dal turismo. Il tasso di occupazione è salito al 58,2%, contro il 62,5% nazionale. Nello stesso anno, tuttavia, l’export è diminuito dell’11,4% e nel primo trimestre 2026 la flessione tendenziale ha raggiunto il 21,1%. Spiega il direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna, Andrea Porcu: «Lo studio racconta un’unica difficoltà di sistema della Sardegna: quella che ci impedisce di trasformare risorse disperse in capacità economica collettiva. La questione sarda, osservata attraverso i dati, è soprattutto una questione di connessioni tra territori, competenze, capitale, energia e mercati. Siamo ancora vincolati dall’insularità, mentre altre Regioni ne hanno fatto una opportunità».
Inaccessibilità
Particolarmente indicativi sono i dati sulla mobilità interna. «Sul fronte interno, ogni minuto aggiuntivo di percorrenza media è associato a una perdita di 70-85 milioni di euro di reddito annuo: non certamente un nesso causale automatico, ma una misura del peso economico dell’(in)accessibilità», si legge in una nota dell’associazione degli industriali. Il rapporto sottolinea poi il divario tra patrimonio e capitale produttivo. Il 2024 si è chiuso con una ricchezza netta delle famiglie sarde che ammontava a circa 251 miliardi di euro, ma le attività finanziarie per residente erano di poco superiori ai 53mila euro, contro una media italiana pari a oltre 100mila euro.
Priorità
Il report ha l’obiettivo di «offrire una lettura trasversale delle fragilità», ma anche «delle potenzialità dell’economia regionale». Da qui l’indicazione di sei priorità da mettere in pratica: ridurre il costo del trasporto delle merci e delle persone; diversificare con continuità l’export; trattenere e attrarre capitale umano; favorire la crescita e il consolidamento dell’imprenditorialità giovanile; mobilitare il risparmio con strumenti sicuri e trasparenti verso investimenti produttivi; valutare l’impatto demografico di tutte le politiche pubbliche.
«La Sardegna non può certamente annullare la propria insularità, ma può impedire che questa continui a tradursi automaticamente in isolamento geografico, economico e sociale», conclude Porcu. «Dobbiamo trasformare la nostra posizione in attrattiva, il patrimonio in capitale, la formazione in produttività e i territori e le zone interne in luoghi in cui restare e investire. Tra dodici mesi ci proponiamo di verificare se le connessioni per le merci saranno più economiche, i mercati più diversificati, le infrastrutture più adeguate, i territori meno distanti, i nostri giovani più valorizzati nella loro terra». (ro. mu.)
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