I conti correnti "fantasma" dello Stato, alcuni aperti nel 1929 e dormienti da un secolo: miliardi di euro di risorse pubbliche fuori bilancio
È un po’ la faccia nascosta della Luna. Miliardi di euro di risorse pubbliche fuori bilancio che passano per canali meno visibili, il cui ammontare non è del tutto chiaro. Nel mondo della finanza pubblica, il bilancio dello Stato dovrebbe essere il grande libro sul quale è tracciato e rendicontato ogni euro che entra ed esce. I conti di tesoreria e, soprattutto, i conti extra-tesoreria rappresentano un’eccezione permessa, che deve essere regolarmente autorizzata. Ma se i primi sono monitorati dalla Banca d’Italia, l’uso dei secondi può a volte uscire dai radar, con il rischio di perdere traccia delle risorse impegnate. E visto che le norme europee, sempre più stringenti, impongono agli Stati di tenere sotto controllo il debito e il deficit, se esistono flussi finanziari "sommersi" diventa complesso calcolare con precisione l'impatto reale della spesa pubblica sulla stabilità del Paese.
Il fenomeno «continua a porre interrogativi seri in ordine alla effettiva capacità da parte dei diversi soggetti interessati di tenere sotto controllo il flusso finanziario che transita nel sistema extra bilancio»: è l’ammonimento lanciato dal procuratore generale della Corte dei conti, Pio Silvestri, in occasione dell’ultimo giudizio sul rendiconto generale dello Stato. La trasparenza necessaria, affidata alla Ragioneria generale dello Stato, è ancora lontana dal produrre gli effetti desiderati. «Rimane sconosciuta l’effettiva dimensione finanziaria del fenomeno, che appare comunque assai consistente», ha aggiunto ancora Silvestri.
IL CENSIMENTO
Il nodo sono i cosiddetti conti extra-tesoreria, aperti in banca o alle Poste. I più antichi risalgono addirittura al 1929. Per tenere traccia di questo universo parallelo esiste un portale informatico chiamato Coas, gestito dalla Ragioneria. Ogni amministrazione o gestore che agisce per conto dello Stato dovrebbe censire in questo database ogni conto extra-tesoreria di cui è titolare, rendicontando trimestralmente i saldi.
Per legge, l'apertura di questi conti extra-tesoreria è un'eccezione che deve essere rigorosamente autorizzata. Eppure, la Corte dei conti ha rilevato criticità diffuse: autorizzazioni spesso fumose o mancanti e, soprattutto, un problema di "censimento". I dati più aggiornati ne contano 2.227, la cui giacenza a fine 2025 ammontava a oltre 11 miliardi di euro e che lo scorso anno hanno registrato flussi in entrata per poco più di 39 miliardi e in uscita per 34,6 miliardi.
Fino all’inizio degli anni Duemila il fenomeno è stato abbastanza limitato. Alla fine degli anni Venti del secolo scorso ne furono aperti 87, poi quasi nulla fino agli anni Settanta. Ma è negli ultimi 25 anni che c’è stato il boom. Sulle cifre grava però «un ormai annoso problema di incompleta alimentazione del Coas» (il copyright è della magistratura contabile). Il che vuol dire che i 2.227 conti extra-tesoreria sono in realtà molti di più e il fenomeno del ricorso a questo strumento non può essere ancora rappresentato a pieno, né nella sua interezza né nella sua criticità.
I CONTI MANCANTI
Un’istruttoria della Corte dei conti su un campione di quindici amministrazioni ha scoperto tuttavia altre 394 gestioni fuori bilancio, non censite e con una giacenza finale di oltre 1,9 miliardi. «Residua tuttavia una massa ancora mancante di gestioni fuori bilancio», nota ancora la Corte dei conti, sottolineando che, nonostante le criticità accertate, in alcuni casi il fenomeno persiste.
Per capire i buchi nei dati basti pensare che alla Corte dei conti risultano, ad esempio, quattro conti in teoria estinti ma sui quali, pur dichiarati chiusi, è stata registrata attività e che a fine 2025 avevano una giacenza di 83,8 milioni. Su altri 165 conti, degli oltre 2.000 censiti lo scorso anno, non è stato invece effettuato alcun movimento.
La sfida dei prossimi anni, insomma, sarà trasformare questi flussi invisibili in dati chiari, leggibili e, soprattutto, governabili. I magistrati contabili danno alcune indicazioni per riformare il sistema: le autorizzazioni dovrebbero essere solo eccezioni e da approvare con una legge, non con provvedimenti amministrativi. Per tutte le altre, la via maestra è riportarle dentro il bilancio pubblico.
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