Huntsville, l’iniezione delle 6. Mezz’ora per morire nella città delle esecuzioni
Il tempo che ci metto ad arrivare a Huntsville, Texas è all’incirca lo stesso che impiega LeJames Norman, e lo facciamo più o meno in contemporanea. Io parto da sud, da Houston, e lui parte da est, da West Livingston, Texas. Solo che io prima devo accompagnare i figli in due scuole diverse, mia moglie al lavoro, e poi ripassare prima da casa per lasciare i seggiolini in garage, visto che oggi pomeriggio sarò a Huntsville e verranno montati sull’auto di un’amica che si presta a darci una mano. E andrà a prenderli a scuola. Devo anche ricordarmi di prendere la green card, il mio permesso di soggiorno permanente. Mia moglie si è raccomandata di farlo, non è un momento buono per non essere cittadini.
La strada che imboccherò io, una volta sbrigate tutte le faccende, è la I-45, una linea retta che passa per le Woodlands, Conroe, e poi arriva nella cittadina texana più nota d’America per via del Braccio della morte. Raggiungerla sarà veloce - un’oretta. È tutta autostrada per 68 miglia, soprattutto considerando che partirò dopo l’ora di punta. Possibile mi debba fermare per fare benzina, così stasera potrò tornare a casa senza dover fare altre soste.
Per arrivarci da Livingston, Texas, come fa LeJames Norman, il tempo che ci vuole è simile anche se la strada è più breve. Bisogna circumnavigare il Livingston Lake, dove più o meno tutti i texani sono stati almeno una volta in vacanza, attraversare il Trinity River, e prendere la 190 fino a Huntsville. Il totale è 43,8 miglia, e l’ora della sua partenza non la deve sapere nessuno. Soprattutto non ci sono soste possibili, visto che LeJames Norman sarà dentro un furgone di massima sicurezza, con poliziotti dentro e alla guida. La destinazione è il Braccio della morte, dentro la Walls Unit della prigione di Huntsville, dove Norman verrà giustiziato alle 18 di oggi con un’iniezione di Pentobarbital. Un altro nero a finire sopra il lettino.
Huntsville è una cittadina di 50 mila abitanti, e quando ci si arriva è uguale a tutte le altre che incontri da queste parti. Una specie di centro, che chiamano storico, un paio di negozi di antiquariato disposti intorno alla piazza centrale, un taco truck - un pulmino che vende tacos - con qualche sedia, una libreria chiusa tre giorni su sette, e poi intorno, fuori dal centro, il resto dell’America suburbana. Fabbricati, parcheggi sterminati, Heb, il supermercato texano, insegne che reclamano avvocati, o ringraziano Gesù per averci salvato. Non troppo diverso da dove abito io.
Solo che Huntsville vive sulla gente che sta chiusa in galera. È una “prison town”, come la chiamano, qui è la prigione che fa girare l’economia. Ce ne sono 7, sparse sul territorio, e più o meno chiunque da queste parti o lavora in prigione o conosce o è parente di qualcuno che ci lavora. Pagano bene, è un lavoro sicuro, e il fatto che in tanti stanno dietro le sbarre fa sentire al sicuro anche chi non ci lavora. Ai carcerati non ci si pensa, salvo che ogni tanto li si vede in drappelli, vestiti di bianco, che puliscono i prati. «Se li vedi tira dritto», mi dice una signora a cui chiedo un’informazione su dove mangiare. Lindo Mexico è il posto migliore. È a 100 metri dalla Walls Unit.
In una delle galere ci sono quelli in fila per l’iniezione letale. Inizialmente stavano in uno dei penitenziari della città, poi li hanno spostati oltre il Livingston Lake. LeJames Norman ci è entrato vent’anni fa, dopo essersi fatto arrestare sul ponte di Matamoros, tra Messico e Texas. Da lì, passando oltre il Rio Grande, stava cercando di rientrare negli Stati Uniti per la porta di Brownsville. Era in fuga dall’agosto del 2005. A Edna, Texas, il 25 agosto Norman aveva suonato alla porta di Celso Lopez. Non era da solo ma con il suo partner in crime, Ker’sean Ramey. Quando Celso aveva aperto, si era trovato davanti due uomini mascherati che l’avevano spinto dentro certi di trovare in casa della cocaina. Mentre Norman teneva fermo Lopez, Ramey cercava invano la droga. Per la tensione e il niente di fatto, probabilmente, Norman aveva sparato a Lopez e poi l’aveva trascinato sul retro. Lopez era ancora vivo - così dicono le ricostruzioni - quando erano entrati in casa i coinquilini di Lopez, la diciottenne Tiffany Peacock, e Sam Roberts, di 24 anni.
E lì inizia la carneficina. Norman ordina a Tiffany di inginocchiarsi, e poi le spara in testa. E mentre Roberts cerca di fuggire, Ramey per fermarlo gli spara alle spalle, e Norman poi lo finisce sparando a ripetizione. Intanto Ramey torna da Lopez sul retro, e conclude il lavoro cominciato da Norman. Fine della scena. Niente cocaina, e poi, subito dopo, la fuga. O almeno l’inizio della fuga, perché poi Norman si accorge di aver lasciato dentro il suo ricetrasmettitore. Rientrano in casa, controllano che i tre siano morti davvero, e poi si danno alla macchia. La fuga di Ramey finisce presto, mentre Norman scappa oltre confine. Probabilmente si illude di avercela fatta, non so se fino al punto di rifarsi una vita, ma certo quanto basta per provare a ricominciarne una diversa. Con un passaporto falso, a gennaio del 2006, cinque mesi dopo il triplice omicidio, prova a passare il confine. E finisce in manette.
Passano vent’anni e adesso Norman è in quest’edificio a cui transito davanti in macchina. Non ci sono transenne, ci si sfila di fronte senza che nessuno faccia domande. In uno dei miei tanti andirivieni si crea una coda, è un furgone che scarica lenzuola. Si riparte. Io continuo a girare, fuori è tutto troppo rovente per camminare. Sto in macchina nell’aria condizionata. La stessa scena si ripete due ore dopo, stessa coda, un furgone blindato stavolta. La coda si allunga, ma nessuno osa suonare il clacson. Un uomo, con la maglia con su scritto Tdcj (Texas Department of Criminal Justice) apre il portellone, tira fuori un fascio di manette. Sale le scale, sparisce dietro il portone. Io smetto di girare, di guidare intorno alla Walls Unit, non è un buon momento per attirare l’attenzione se non sei cittadino.
LeJames Norman è sicuramente già dentro. Di fronte alla Walls Unit c’è un piccolo fabbricato, e davanti un cartello con sopra scritto Family Waiting Area. Anche in spagnolo, vista la nostra prossimità con il Messico: Area de espera de la familia. È vuota, non c’è nessuna famiglia che aspetta. È l’una passata. La trafila nei giorni di esecuzione pare sia sempre la stessa. Alle due del pomeriggio Norman farà la sua ultima telefonata. Alle tre incontrerà un prete e un avvocato. Alle quattro e mezzo l’ultimo pasto. Alle sei meno dieci camminerà per l’ultima volta della sua vita. Alle sei, pare, arriverà la chiamata del governatore del Texas che dirà che si può procedere.
Alle sei e un quarto il suo corpo verrà liberato dai lacci e tirato via dal lettino. Poi verrà sepolto. Se nessuno reclamerà le sue spoglie, verrà seppellito nel Captain Joe Byrd Cemetery, a poche centinaia di metri dalla prigione. Mi ci sono fermato prima di arrivare qui, è stato il mio ingresso in città. Tremila tra steli e croci di gente morta in galera - solo alcuni con sentenza capitale - senza nessuno che li aspettasse fuori. Se ne stanno lì adesso, ai bordi della strada, le steli con su scritta una data e il codice del detenuto a cemento fresco. Poi il cemento si è seccato, il morto è stato sepolto, e il traffico è ripreso intorno al lotto di terra. Alcune, sparute, hanno dei fiori (Mozes Henry, 38118; Morgan Nathaniel, 231056; Thordsen Paul, 1578515). Forse qualcuno c’era ad aspettarli, ma non aveva soldi per dare loro una sepoltura dignitosa. E ha pensato che quello fosse almeno qualcosa, un posto dove pensarli, dove portare dei fiori.
Intanto ho spostato la macchina da dove l’avevo parcheggiata, l’isolato dopo il penitenziario. Me l’ha consigliato un’impiegata della prigione: è troppo vicino. Usciranno tutti prima delle cinque - mi dice - stare qua è pericoloso. Le chiedo cosa potrebbe succedere, mi dice una cosa che più o meno vuol dire guerriglia. Ma aggiunge che lei è sempre uscita quando le hanno detto di uscire, per cui non ha mai visto niente. Ma sa che alle sei sarà a casa con i suoi familiari.
Sposto l’auto in centro, chiedo in un paio di negozi se va bene lasciarla lì. Entrambe le persone a cui domando mi rispondono che basterà spostarla dopo due ore, altrimenti mi daranno una multa. Io incalzo, dico «Intendo per l’esecuzione». La prima, una ragazza di poco più di vent’anni, mi dice che non sa niente dell’esecuzione, ma che mi consiglia davvero di non sottovalutare i controlli delle auto parcheggiate perché sono severi. La seconda, una donna sui settanta, mi dice che anche lei non ne sa niente, non ci sono più quotidiani locali. Purtroppo succede, certo, ma sempre di meno. Ma, aggiunge, cosa ci possiamo fare, non c’è altro modo per fermare chi ha il vizio di uccidere. O la patologia, dice. Forse chiuderà il negozio e poi se ne andrà a casa. Anche a lei chiedo cosa potrebbe succedere. Mi risponde solo che è meglio stare alla larga. Si cerchi un buon ristorante, dice.
Ed eccomi di nuovo davanti alla Walls Unit, che mancano dieci minuti alle sei. È un’ora che mi tengo a distanza, nel caldo che soffoca la gola. Contribuisce la paura, anche. Di cosa? Della morte che sta per succedere per disposizione di legge. Di quello che non vedo. Mi avvicino e poi mi allontano, non è un buon momento se non sei cittadino. Mi chiedo perché sono venuto, perché mi metto nei guai. Le macchine sono parcheggiate dove stavano prima, e gli unici andati via sono gli impiegati. Il resto è solo un piazzale deserto con un sole che finalmente inizia a scendere giù e a darci clemenza. Ci sono due transenne davanti, stavolta non si può più passare. Una corda gialla è tirata tra l’una e l’altra. Davanti, due poliziotti, che parlano, incuranti del piccolo drappello di persone - non più di otto - che si sono sedute all’altro lato della strada con dei cartelli contro la pena di morte. Le auto passano davanti, come se nulla fosse, prendono su verso il campus della Sam Houston University. Passa un ragazzino su una bmx, zainetto in spalla, non si volta nemmeno. Impossibile dedurre da ciò che si vede che lì dentro stiano ammazzando qualcuno.
Mancano pochi minuti alle sei, mi chiedo se il Governatore avrà già chiamato, se Norman è già immobilizzato sul letto metallico, se il cappellano è presente. Se ci sono testimoni, dietro il vetro. Nella piazza centrale, tre isolati più in là, tutto è esattamente come prima, si spostano le auto ogni due ore per evitare le multe. Da una chiesa, chiusa, parte una melodia programmata da un computer, che dice che sono quasi le sei. E alle sei in punto suonano le campane del carcere - programmate anche quelle, presumo - che a questo punto coincidono con l’iniezione di Pentobarbital. Fuori il traffico è uguale, poche auto che salgono o scendono. I più anziani, nel capannello dei contestatori, stanno seduti dentro sedie da outdoor. Alcuni protestano in piedi. Il Pentobarbital dovrebbe ammazzare in pochi minuti.
E il deserto, qui fuori, resta deserto. Il sole è più gentile, tutto il resto più spietato, compresa la vista di una mamma e un bambino, e quella di un uomo che passa in bicicletta, e cerca di spaventare un gatto con un suono inumano. Alle sei e mezza è chiaro che non succederà più niente, che tutto resterà sordo come i mattoni di quell’edificio. Io mi sono avvicinato alla prigione, intanto, convinto di poter vedere qualcosa di più del niente che circonda questa esecuzione, una scatola nera custodita da qualche parte dentro quell’edificio. Pare che non uscirà nessuno a riferire quali sono state le ultime parole di Norman. Guardo l’ora e penso che se parto adesso riuscirò a vedere i bambini prima che vadano a letto. Scrivo a mia moglie «Leaving now, ETA 7:52», alle 7:52 dovrei essere a casa.
Riprendo la I-45 verso sud, ed è inutile dire che sono l’unico a tornare dei due, che Norman non viaggerà verso est. Della via del ritorno non ricordo, ora che scrivo, nulla. Se non che al primo semaforo che trovo, entrando in Houston, guardo il telefono e l’Ia dice che Norman ci ha messo mezz’ora a morire. E non ha voluto dichiarare niente prima dell’iniezione, se non «I love you» ai due figli presenti, e a un amico. Due semafori dopo «I love you» è sparito da Internet. C’è scritto solo che non ha voluto dire niente. Che ha fatto un grande respiro e poi ha chiuso gli occhi.