Hackett, il ’capitan’ per tutte le occasioni. V nera, il custode dei valori e della storia
Mumbrù l’ha paragonato a una Ferrari. "Ce l’hai in garage, poi te ne devi prendere cura". La Ferrari in questione non è il giocatore, Francesco, ma Daniel Hackett. Che Mumbrù, più di una volta, ribattezza ‘Capitan’. Anzi, ‘Our Capitan’.
Capitan in spagnolo, non captain, come si dovrebbe dire in inglese, che è la lingua che oggi, in attesa che impari a parlare bene l’italiano ("datemi due mesi", se la ride il coach), utilizza Mumbrù. E se Danny Boy è il ‘capitan’ significa che Hackett ha già fatto centro e ha preso un posto nelle dinamiche di Mumbrù. Che non significa che giocherà quaranta minuti – non sarebbe possibile perché Daniel va per i 39 –, ma che avrà un ruolo speciale all’interno del gruppo.
Daniel è a Bologna dal 2022: ha fatto in tempo a vincere EuroCup, Supercoppe e pure lo scudetto. Era un vecchio rivale della V nera, Daniel, perché ha indossato tutte le maglie che, alla Bologna bianconera, risultano indigeste (con l’eccezione della Fortitudo). Prima la Benetton Treviso, poi la Vuelle Pesaro, il Montepaschi Siena e infine l’Olimpia Milano. Se pensiamo che, a livello europeo, non c’è mai stato grande feeling né con il Cska Mosca né con l’Olympiacos Pireo possiamo capire perché Daniel, con il suo passato e il suo curriculum avrebbe tutto, o quasi, per essere considerato il ‘nemico pubblico numero uno’.
E invece, giorno dopo giorno, partita dopo partita, s’è preso la scena. Senza pretendere che i riflettori si focalizzassero su di lui. Ma prendendosi le responsabilità e capendo, fin dallo scorso anno, che lui, ormai, per la V nera, è qualcosa di più di un regista.
I gradi – da capitan – se li è conquistati sul campo. E già dall’anno scorso, in assenza del capitano designato, Pajola, Danny Boy ha dettato la linea. Prima ha provato a mediare con il Duro Ivanovic, poi ha dato il suo appoggio al ‘bimbo’ Jakovljevic che, con quell’inizio choc, avrebbe potuto perdersi.
Già, dicono i maligni, ma la Virtus è uscita in semifinale dopo cinque finali tricolori di fila. Su qualcosa Hackett, non ha vigilato. Sulla ‘sfiga’. Ma se fosse riuscito a metterci una pezza – guarendo Pajola, Vildoza e rimettendo in sesto la mano di Alston Junior – non sarebbe stato un semplice giocatore. Sarebbe stato un santone.
Adesso Daniel è un po’ ala piccola, un po’ regista, un po’ stopper. Ma è diventato, soprattutto, il depositario della virtussinità. E’ lui, con quel suo accento romagnolo-pesarese, declinato in lingua inglese, a mostrare la via ai compagni. A far capire – i nuovi sono tanti – cosa sia l’universo bianconero. E cosa significhi indossare la maglia della Virtus. Daniel è il depositario della verità (bianconera) e i compagni devono seguirlo. Anche nella dedizione al lavoro. Lo avete mai visto sbagliare qualche libero in partita? Succede. Succede anche ai migliori. Quando accade a Daniel però c’è il supplemento di lavoro.
Anziché imboccare la strada degli spogliatoi, Daniel si ferma. Chiede un pallone e via con la serie di liberi. Perché si può sempre migliorare, anche a 38 anni. E questo, forse, è il segreto di Daniel. L’ha capito e non si risparmia. Ecco perché la Ferrari bianconera (Mumbrù dixit) deve essere sempre tenuta in massima considerazione.