Google non dovrà vendere la sua piattaforma per le inserzioni online
Google non sarà costretta a cedere parte delle sue attività nel settore delle inserzioni online per rispettare le leggi sulla concorrenza. Lo ha stabilito mercoledì con una decisione molto attesa una giudice federale della Virginia, negli Stati Uniti, la stessa che l’anno scorso aveva concluso che Google aveva utilizzato metodi illegali per mantenere la propria posizione di sostanziale monopolio nel settore della pubblicità online.
La giudice, Leonie M. Brinkema, ha respinto la richiesta del dipartimento di Giustizia di obbligare Google a cedere ai concorrenti parte dei sistemi che utilizza per la vendita degli spazi pubblicitari. Ha stabilito che, per adeguarsi alla legge, alla società basterà modificare alcune delle sue pratiche commerciali a vantaggio dei concorrenti: per il momento non ha specificato quali. La causa era stata intentata nel 2023 dal dipartimento di Giustizia insieme a una coalizione di stati.
Una decisione contraria a quella raggiunta avrebbe avuto una grossa influenza sul settore, che vale 300 miliardi di dollari l’anno negli Stati Uniti. Anche perché avrebbe potuto diventare un riferimento per altri casi simili che coinvolgono altre aziende tecnologiche statunitensi come Apple, Meta e Amazon, tutte accusate di abusare della propria posizione dominante.
Il sistema di inserzioni di Google funziona attraverso una serie di software per gestire la vendita degli spazi pubblicitari: da un lato quelli su cui gli editori mettono in vendita i propri spazi, dall’altro quelli in cui gli inserzionisti fanno le offerte per comprarli, e su cui Google trattiene le sue commissioni. Nella sentenza dell’anno scorso la giudice aveva stabilito che Google aveva mantenuto illegalmente il monopolio in entrambi i settori legando fra loro i due tipi di software, in modo da rendere quasi impossibile la concorrenza.
Il processo in cui rientra la decisione di mercoledì fa parte di una serie di cause intentate contro Google, negli Stati Uniti e in Europa, sulla condizione di sostanziale monopolio dell’azienda in vari settori. Nelle cause statunitensi Google ha perso nel merito, ma è finora riuscita a evitare le conseguenze più pesanti per la propria organizzazione aziendale, cioè gli scorpori. Nell’agosto del 2024 un giudice federale la ritenne responsabile di aver violato le leggi antitrust nel settore delle ricerche online, ma un anno dopo, nel settembre del 2025, lo stesso giudice respinse la richiesta del dipartimento di Giustizia di obbligarla a cedere il browser Chrome.
Le autorità antitrust europee sono state più dure, infliggendo a Google multe molto elevate. Nel settembre del 2025 la Commissione Europea ne impose una da 2,95 miliardi di euro proprio per il modo in cui Google favorisce i propri servizi nel settore delle inserzioni pubblicitarie online. Lo scorso 2 luglio la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha reso definitiva una multa da 4,125 miliardi di euro relativa ad Android, la più alta mai inflitta dall’Unione a un’azienda per abuso di posizione dominante, respingendo l’ultimo ricorso di Google e dell’azienda che la controlla, Alphabet.
Nel 2017 Google aveva ricevuto un’altra multa da 2,42 miliardi di euro sui motori di ricerca. Non tutte le sanzioni europee però hanno tenuto nei vari gradi di giudizio: nel settembre del 2024 il Tribunale dell’Unione Europea ha annullato integralmente la multa da 1,49 miliardi di euro che la Commissione aveva inflitto nel 2019 per il servizio pubblicitario AdSense for Search, giudicando incompleta l’analisi della Commissione.