Gli Houthi filo-iraniani straripano nel Mar Rosso. Gli Usa voltano le spalle ai sceicchi sauditi
Le milizie alleate dei Pasdaran occupano tutta la costa di Bab el-Mandeb, cruciale per il petrolio. Bin Salman ha chiesto a Trump di attaccare i ribelli, Washington risponde picche. Ma la maledizione degli Stretti: negli Stati Uniti il prezzo del diesel è al massimo storico
Hanno fatto strike: tutti i birilli militari sono caduti, uno dopo l’altro, e adesso gli Houthi controllano l’intero litorale yemenita. Controllano quel tratto fondamentale di Mar Rosso, lo stretto di Bab el-Mandeb, dunque il traffico marittimo nell'altro braccio d'acqua che si trova a una manciata di chilometri da Hormuz.
Nessuna via di fuga
Come su una scacchiera, per i pedoni-petroliera le vie di fuga per lasciare il Golfo e raggiungere i porti internazionali sono chiuse: il blocco sta per diventare totale. Ma «il commercio e la libertà di navigazione nel Mar Rosso e a Bab el-Mandeb saranno garantiti», ha assicurato Hazam al-Assad, dall'ufficio politico dei ribelli filo-Teheran. Al momento «non sono previsti piani per imporre tasse di transito», o, almeno, non ancora, perché i progetti per farlo – gemelli a quelli degli iraniani - già ci sono.
La presa della Porta delle Lacrime - quel che vuol dire Bab al-Mandab - è peggio dj quella di Hormuz per gli israeliani: «Potranno sparare contro qualsiasi cosa vogliano con missili anticarro; vedranno le navi a occhio nudo». Mahdi al-Mashat, presidente del Consiglio politico supremo degli Houthi, ieri ha anche promesso grazia e immunità ai soldati delle forze governative che abbandoneranno la divisa delle forze governative e deporranno le armi.


I sauditi hanno effettuato due raid aerei sull’aeroporto di Mocha, già nelle mani dei ribelli mentre loro prendevano possesso dell’ultimo tratto di costa sul Mar Rosso. Diciotto ore: solo diciotto ore è durata l’offensiva degli Houthi, perché alcuna vera resistenza è stata messa in campo per fermarli. Sono entrati prima a Dhubab e poi Murad, l’ultima città della costa che rimaneva in controllo del governo che ha perso anche la più strategica delle isole: Perim. Solo sull’isola di Zuqar gli scontri sono ancora in corso, ma anche se il gioco ancora continua, è chiaro chi abbia vinto la partita. E così il primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref applaude per le «vittorie dell'eroica nazione dello Yemen».
Teheran festeggia, ma anche medita e negozia: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e il capo dell'esercito pakistano, Asim Munir, hanno discusso ieri di come riavviare i negoziati e allentare la tensione. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato di non essere favorevole alla prosecuzione della guerra, ma ha avvertito che bisogna continuare a combattere «affinché non si sia costretti a negoziare con il nemico da una posizione di svantaggio».
I Pasdaran si dicono pronti ad aumentare gli attacchi nello Stretto di Hormuz se gli americani non faranno passi indietro. Ieri soltanto sette navi — contro le undici di tre giorni fa e le quindici dei giorni ancora precedenti — hanno attraversato lo snodo. Numeri lontanissimi da quelli dall'era in cui per il passaggio transitava circa un quinto delle forniture globali giornaliere di petrolio e gas naturale liquefatto. Ma quello era il mondo di prima, quello che esisteva prima dell’ultima brillante avventura di Trump, la cui politica è volatile come i prezzi del petrolio.
Si batte record su record, ma di quelli nefasti: il diesel negli Stati Uniti ha toccato non il massimo degli ultimi mesi, ma il suo massimo storico (in rialzo di oltre il 60%). I cento dollari al barile per il greggio sono la soglia ormai impossibile da oltrepassare al ribasso (a oltre il 40% rispetto a prima della guerra in Iran), mentre a preoccupare non è soltanto l’avanzata degli Houthi, i colpi che infliggono agli impianti petroliferi sauditi che usano la rotta del Mar Rosso per l'esportazione di petrolio, ma anche l’intensificarsi dei raid ucraini in Russia. Ai mercati è passata quasi inosservata la notizia dei ministri degli Esteri del Medio Oriente che mediano per un accordo temporaneo per garantire il transito dei cargo.


Due colloqui
All’Arabia Saudita è stato proprio l’Iran a chiedere la ripresa dei negoziati e la fine dell’embargo. Ma «attacca gli Houthi, attacca gli Houthi!» è quello che ha chiesto durante due conversazioni telefoniche il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nelle ultime ore al presidente Trump. Ma i repubblicani da Washington fanno sapere che non compiranno altri interventi diretti: non pianificheranno operazioni, non invieranno missili ma solo intelligence per far individuare i bersagli giusti ai sauditi.
Lo dice Axios, che sa anche che mentre gli Houthi entravano a Mocha, era proprio in Arabia Saudita che volava il capo del Comando militare centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Brad Cooper. Perché la situazione precipita.
Ma non è il film che sta vedendo il presidente americano, nel giorno del venticinquesimo anniversario dell’11 settembre: «L’Iran sta cedendo su tutti i fronti. Noi controlliamo lo Stretto di Trump» (lui lo chiama così Hormuz). Risuonano dai palchi delle convention di midterm le parole del tycoon che, alla luce delle informazioni che arrivano dal campo, sembrano più che folli.
Va avanti anche Vance, che ha chiesto direttamente ai comandanti Usa in che stato dell’arte si trova la guerra: quante munizioni e quante speranze di vittoria restano. Sono valutazioni che deve dare al Potus, che forse ne riceve di diverse, da altre fonti. Poco affidabili, con una verità più comoda da raccontare all'America: sembra evidente da quel che continua a urlare.


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