Giorgio Panariello: «Così è morto mio fratello Franco, raccontarlo è stato liberatorio. La comicità con l'IA? Ci ho provato ma non funziona»

Giorgio Panariello si racconta. Dal dolore per la morte del fratello Franco, al rapporto con i nuovi comici e con l’intelligenza artificiale. In un'intervista a Vanity Fair, l’artista toscano alterna ricordi privati e riflessioni sul mestiere, spiegando perché la comicità, secondo lui, non può essere affidata a una macchina.

Panariello è tornato sulla scelta di raccontare la morte del fratello Franco, nel libro "Io sono mio fratello". Un racconto nato quasi per caso durante il lockdown, mentre stava lavorando allo spettacolo La favola mia. Parlando della propria vita, ha spiegato, non avrebbe potuto evitare quella pagina così dolorosa. Le poche battute pensate inizialmente per il palcoscenico sono diventate una storia più ampia, scritta di getto. «Raccontare la morte di mio fratello è stato liberatorio. Spero di aver aiutato chi vive la stessa esperienza e aver fatto capire che da queste cose si può uscire».

La storia del fratello Franco 

La vita di Franco era stata segnata fin dall’infanzia. Affidato a un collegio perché i nonni non potevano occuparsi anche di lui, non aveva conosciuto la stabilità e l’affetto di una famiglia. Una mancanza che, secondo il racconto fatto da Panariello a Domenica In nel 2020, lo avrebbe portato verso la droga. Il comico ha però voluto correggere una convinzione diffusa sulla sua morte: Franco non morì per overdose.

Durante una cena ebbe un malore e le persone che erano con lui, secondo quanto riportato dal comico, lo lasciarono sul lungomare di Viareggio. «È morto di freddo, non per overdose», aveva precisato l’artista, ammettendo di avere attraversato a sua volta momenti di disperazione e di essere stato vicino alla trappola delle sostanze stupefacenti, dalla quale riuscì però a fermarsi in tempo.

L'ntelligenza artificiale e i nuovi comici

Nessuna apertura, almeno per ora, all’intelligenza artificiale come autrice di spettacoli comici.

Panariello ha provato a chiederle alcune battute sui vigili urbani, ma il risultato non lo ha convinto. Il rischio, osserva, è che l’algoritmo raccolga in modo casuale materiale già affrontato da altri artisti, producendo testi poco originali o troppo simili a battute esistenti. Ma il limite principale è un altro: «Manca il gusto. Non ci sono i tempi, non ci sono le parole giuste. La comicità è fatta anche di sguardi e di silenzi: basta una pausa fatta bene per essere molto divertente. Per questo non credo che sia pane per i nostri denti». 

Parlando delle nuove generazioni, tra i comici di oggi, Giorgio apprezza: «De Carlo è un nome che mi piace molto. Un altro è Edoardo Ferrario, anche se lui ha cominciato come stand-up comedian e fa stand-up anche all’estero. È molto bravo. Sono proprio dei monologhisti più completi. Non amo molto gli stand-up comedian che fanno ridere soltanto utilizzando volgarità».

Sanremo complicato

Giorgio Panariello, nell'intervista a Vanity Fair ha ricordato anche il suo Sanremo, molto complicato: «Avevo accettato di fare perché in Rai erano tutti disperati dopo Bonolis, con ascolti fantastici. Nessuno voleva farlo, anche per i paragoni. Mi hanno convinto a farlo, anche considerando la cifra che mi hanno proposto, che era buona all’epoca. Era un momento in cui ero abbastanza in auge, quindi poteva starci». Le cose poi si sono complicate per «problemi tra case discografiche, radio e televisione. C’erano ospiti internazionali, cantanti forti. Però non potevo fare un cast come possono fare oggi i conduttori», ha concluso.


Ultimo aggiornamento: lunedì 13 luglio 2026, 16:51

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