Giancarlo Siani, il fratello: «Era solo e senza protezioni. Chiese aiuto la sera dell'omicidio, ma il Falco era del clan Nuvoletta e non si presentò»

Quarantuno anni dopo l'omicidio di Giancarlo Siani, a raccontare che cosa resta del suo lavoro è chi lo ha conosciuto da vicino: suo fratello Paolo Siani. Continuando a incontrare gli studenti nelle scuole, Paolo non racconta soltanto chi fosse quel ragazzo di 26 anni ucciso dalla camorra, ma spiega quale fosse la sua idea di giornalismo e quale cronista avrebbe potuto diventare.

Il primo ostacolo che Siani incontra nel dialogo con i giovani è una parola che oggi suggerisce poco: «abusivo». Era la condizione professionale di Giancarlo, un collaboratore senza le garanzie di una posizione stabile.

Per spiegare quella realtà ai ragazzi, il paragone con il presente diventa quasi naturale: «I ragazzi non comprendono subito cosa significhi essere un “giornalista abusivo”», spiega Paolo Siani. «Quando spieghiamo loro che, in qualche modo, era un precario del giornalismo di oggi, riescono a comprenderne meglio il significato».

In questa mancanza di tutele sta il principale punto di contatto con i giovani cronisti contemporanei: «Ci sembra molto simile la condizione di “abusivo” a quella del precario di oggi», osserva Paolo. «Non avevano protezioni, non potevano lavorare stabilmente in redazione, erano soli e poco garantiti».
 

Il lavoro d'inchiesta e le ultime ore

Ma la storia di Giancarlo è legata soprattutto alla concretezza del suo lavoro sul campo: l'attività d'inchiesta con cui raccontava i rapporti e gli affari della criminalità organizzata.

«Dobbiamo spiegare bene quale fu il motivo della sua barbara uccisione», sottolinea Paolo Siani, «che va ricercato nel suo lavoro d'inchiesta, come hanno chiarito il pm Armando D’Alterio nella sua requisitoria e il giudice Lignola nella sentenza di primo grado, poi confermata dalla Cassazione».

Anche di fronte alle pressioni dell'epoca, Giancarlo cercò soluzioni concrete per tutelarsi. Ripercorrendo le ultime ore della vita del fratello, Paolo ricorda come, di fronte a minacce «molto pressanti che certamente ricevette, soprattutto il 23 settembre, fece due cose».

Prima cercò Amato Lamberti, amico e professore di sociologia, chiamandolo «probabilmente per capire come muoversi e quale peso dare a quelle minacce», pur senza riuscire a parlargli. Poi si rivolse a un collega giornalista, che lo mise in contatto con un poliziotto della squadra dei Falchi della Questura affinché lo accompagnasse a casa quella sera stessa. «Il Falco non si presentò», ricorda Paolo. «Si seppe in seguito che era affiliato al clan Nuvoletta».

Conoscenza, studio e tanto coraggio

Quando Paolo Siani parla con gli studenti, c'è una domanda che gli viene rivolta più spesso delle altre: «Che cosa avrebbe scritto oggi?».

La risposta di Paolo è secca, ma fa riflettere sulla concretezza del danno subito dalla società: «Non lo sappiamo. E lo diciamo proprio per sottolineare che Giancarlo non c’è più e che la mafia, uccidendo una persona, sottrae per sempre alla comunità il contributo che avrebbe potuto continuare a dare con il suo lavoro. Sottrae capitale umano».

Non possiamo sapere quali storie avrebbe raccontato o quali inchieste avrebbe firmato, ma il suo metodo di lavoro resta un riferimento operativo per chiunque muova i primi passi nel mestiere. Quando gli si chiede perché la storia di Giancarlo sia ancora attuale, Paolo Siani risponde: «È tremendamente attuale, perché ci fa capire che il lavoro di un giornalista è fatto di conoscenza, studio, relazioni, intelligenza e, anche, di un pizzico di coraggio. In qualsiasi tempo e in qualsiasi circostanza». Doti che, aggiunge Paolo con orgoglio, «Giancarlo possedeva tutte».

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