Giovanni Covi, il ragazzo che non voleva fare l’attore

Piantare la scuola a diciassette anni per andare a studiare la vita dove è più sgangherata e famelica è un azzardo che ci si può concedere a patto di non spacciarlo per ripiego. Scegliersi un avamposto controvento dietro il bancone di un bar di Trieste, dove gli anziani ordinano il rosso della casa alle dieci del mattino, è un twist che Giacomo Covi rivendica con fierezza: è in quel crocevia di spiriti, nella sua città di frontiera, che ha ricevuto la proposta che un ragazzo audace e curioso non può rifiutare: «Ti piacerebbe fare un film?».

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Foto di Riccardo Meroni

Giovanni Covi. Polo e pantaloni, Ovs B.Angel. Sneakers, Fabi

Il resto è un’accelerazione fuori copione: il debutto alla scorsa Biennale Cinema di Venezia con Un anno di scuola – film in cui Laura Samani trasporta l’omonimo racconto di Giani Stuparich dai primi del Novecento al 2007 – e, last but not least, il meritato premio Orizzonti come miglior attore esordiente. La pellicola è un cortocircuito generazionale che insegue, un istante prima dell’invasione degli smartphone, una classe di soli maschi sconvolta dall’arrivo di una smaliziata studentessa svedese, che ridefinisce i rapporti e incrina le certezze del branco.

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Foto di Riccardo Meroni

Camicia e T-shirt, Guess Jeans

Per Covi è stato come recitare in uno specchio sfalsato. Ha calcato, vent’anni dopo, le stesse strade del suo protagonista, scavallato il medesimo confine sloveno per fare benzina e scorta di sigarette; ma, da ragazzo cresciuto nell’era dei social, si è trovato a esplorare un’epoca in cui i passi falsi restavano dentro il gruppo o tra le mura di scuola. C’è da scommettere che quel sapore di vita offline e gli anni trascorsi a radiografare i clienti al bar diventeranno materiale di contrabbando per i provini futuri.

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Foto di Riccardo Meroni

Camicia, T-Shirt e pantaloni, Lardini

ESQ Due anni fa iniziava l’avventura di Un anno di scuola. Se dovesse rievocarla per un amico?

GC: La racconterei come si racconta un sogno. Con una buona dose di smarrimento: le cose sono successe così velocemente che non ho fatto in tempo a metabolizzarle del tutto. È già abbastanza surreale vedermi al centro di un servizio come questo. Eppure posavo anche da piccolo, per mio papà, che è fotografo: sapeva ricreare ambientazioni assurde, trasformare casa nostra in una specie di giungla. Ripensandoci, mi sento ancora così.

ESQ L’obiettivo del fotografo è diverso da quello del regista?

GC: È un rapporto strano, sono comunque a mio agio ma, rispetto al cinema, di fronte a una macchina fotografica ho sempre paura di pavoneggiarmi troppo.

ESQ E non va bene?

GC: Non sono vanitoso e non mi piace che gli altri possano pensarlo.

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Foto di Riccardo Meroni

Maglia, Gianni Lupo. Pantaloni, Double Label Gianni Lupo. Calze, Gallo. Sneakers, Valsport

ESQ A casa come l’hanno presa?

GC: Sono strafelici. Ho avuto trascorsi scolastici piuttosto travagliati, i miei avevano le mani nei capelli, mai avrebbero immaginato questa svolta. Eppure non vengo proprio dal nulla: mia mamma da giovane faceva l’attrice a teatro, potrei definirmi figlio d’arte.

ESQ Un figlio d’arte su un set dietro casa, in una storia che parla di giovani maschi e paura del diverso. Quante corde ha fatto vibrare questo film?

GC: L’ho trovato un racconto autentico e realistico da subito. È il ritratto di una piccola banda di teenager in cui piomba una ragazza con una cultura differente: a Trieste è probabile che capiti, è una città di confine con tante minoranze. I triestini sanno essere molto chiusi, ma alla diversità sono abituati. Al centro, c’è anche il tema della dissonanza di genere: una studentessa solare ed emancipata che ribalta gli stereotipi di un branco di giovani maschi e diventa vulnerabile solo quando s’innamora.

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Foto di Riccardo Meroni

Gilet e pantaloni, Tatras

ESQ Capitasse ai giorni nostri?

GC: Penso che non sarebbe molto diverso, con la differenza che tante storie prima non oltrepassavano la cerchia della scuola o del giro di amici. Oggi, una scritta infamante e sessista su un muro farebbe subito il giro della città, e forse dell’Italia intera, vista la velocità con cui si condividono i contenuti, con esiti molto più gravi.

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Foto di Riccardo Meroni

Giacca, Baracuta. Camicia, Filson

ESQ Più che un film sull’emancipazione femminile, è una storia sui ragazzi che restano indietro, secondo la regista.

GC: Non è un segreto che le ragazze maturino prima. E che siano più consapevoli del proprio ruolo, grazie al femminismo. Questa presa di coscienza ha portato però a divulgare un’idea di maschile che è spesso predatoria, tossica. La società, la cultura, non offrono molti altri modelli, ma questo non può essere l’unico riferimento di un giovane uomo che cresce. Si parla di crisi del maschio, io la vedo come il fermo immagine di un processo di ricerca, di trasformazione.

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Foto di Riccardo Meroni

Maglia, Gabriele Pasini. Pantaloni, Gabriele Pasini x Memory’s. Sneakers, Frau ​

ESQ Lei, cos’ha trovato fin qui?

GC: Ora è di nuovo tutto in discussione. Fino a due anni fa non avevo dubbi: da piccolo volevo fare il mastro birraio. Poi, lavorando al bar, mi sono appassionato al mondo dei cocktail e della mixology. Ho fatto dei corsi: il sogno era fare il barman e aprire un locale mio, di partire senza dire niente a nessuno – Berlino, Copenhagen – e tornare dieci anni dopo con storie incredibili da raccontare. è tuttora un po' così.

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Foto di Riccardo Meroni

Maglia e pantaloni, Murphy&Nye

ESQ Lo dice per scaramanzia?

GC: Sono sincero, mi sono ritrovato dentro questo mondo e mi diverto. Più che con gli attori, faccio amicizia con le troupe, bazzico i reparti, in particolare quelli di fotografia. Nel frattempo, ho girato altri film, Piercing di Margherita Ferri e Il sopravvissuto di Claudio Cupellini, con ruoli più piccoli rispetto a Un anno di scuola. Non mi considero un attore, non ancora.

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Foto di Riccardo Meroni

Felpa e pantaloni, Parajumpers. Calze, Gallo. Sabot, Birkenstock 1774​

ESQ Questa domanda è per il barman: il cliente più strano e il cocktail più riuscito?

GC: A Trieste i clienti originali abbondano. A parte gli anziani che si portano le uova sode in tasca da casa da accompagnare col vino, potrei citarle un tipo molto molesto che avevamo cacciato dal locale: per vendicarsi è tornato per settimane a infilare di nascosto un pesce morto nello scarico del water. Quanto al miglior cocktail, è probabilmente il Bloody Mary. Nell’ultima stagione, con un ex collega, ne abbiamo sperimentato molte versioni e una ricetta definitiva, ma assolutamente segreta.

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Foto di Riccardo Meroni

Giacca e pantaloni, Blauer. Calze, Gallo. Sabot, Birkenstock 1774

ESQ Non lo diciamo a nessuno.

GC: Posso dire che c’è il mezcal, quindi è più affumicato dell’originale, e ha una nota zuccherina che lo esalta. La custodisco per quando aprirò il locale.

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Foto di Riccardo Meroni

Maglia e pantaloni, Fedeli

CREDITS:

Editor in Chief: Giovanni Audiffredi
Fashion Director + Style: Nik Piras ​
Photo: Riccardo Meroni ​

Video: Raffaella Dentice

Text: Ilaria Solari
Hair: Erisson Musella @blendmanagement ​
Make-up: Roman Gasser @wmmanagement ​
Style Assistant: Fabio Princigallo ​
Photo Assistant: Simona Giunta ​
Digital: Manola Casciano
Production: Sabrina Bearzotti ​
Art Consultant: Silvano Belloni
Art Direction: Tomo Tomo

Fashion: ​

1. Polo e pantaloni, Ovs B.Angel @ovspeople. Sneakers, Fabi ​

2. Camicia e T-Shirt, Guess Jeans ​

3. Camicia, T-Shirt e pantaloni, Lardini ​

4. Maglia, Gianni Lupo. Pantaloni, Double Label Gianni Lupo. Calze, Gallo. Sneakers, Valsport​

5. Gilet e pantaloni, Tatras ​

6. Giacca, Baracuta. Camicia, Filson

7. Maglia, Gabriele Pasini. Pantaloni, Gabriele Pasini x Memory’s. Sneakers, Frau

8. Maglia e pantaloni, Murphy&Nye ​

9. Felpa e pantaloni, Parajumpers. Calze, Gallo. Sabot, Birkenstock 1774 ​

10. Giacca e pantaloni, Blauer. Calze, Gallo. Sabot, Birkenstock 1774 ​

11. Maglia e pantaloni, Fedeli